L’uomo ha avuto ed ha un ruolo marginale. Per questi motivi un welfare all’altezza dovrebbe equiparare il tempo dedicato alla cura del nucleo familiare a quello della professione.
Le donne trascorrono 17 anni della vita nella cura della famiglia. Se si nomina il numero 17 molte persone toccano ferro a mo’ di rito scaramantico per allontanare la sfiga. In realtà nel nostro Paese la tradizione risale all’antica Roma. Infatti l’anagramma del numero romano XVII è “VIXI”, che significa “vissi/sono morto“. È temuto anche nella smorfia napoletana, mentre nella cabala ebraica è considerato un numero positivo e di buon auspicio.
Che sia indice di avversità è confermato dal fatto che il 17, in media, è il numero di anni che una donna dedica alla cura della famiglia e degli anziani. Non è mai stata una scelta libera ma nel passato il frutto del modello sociale dominate: quello del “pater familias” in cui erano concentrati potere e dominio nel maschio, giustificato dal fatto che la cura dei piccoli e il governo della casa erano doti innate. Nella società attuale le donne vivono più a lungo dei maschi ma pagano un caro prezzo.
E’ vero che sono loro a seppellire i congiunti ma questa sorta di longevità si immola nella dedizione che hanno verso gli altri. Tempo e anni distolti dalla carriera professionale che per questi motivi è altalenante. Le attività di assistenza sono molto logoranti, sia dal punto fisico che mentale e, alla lunga, la loro salute ne risente. Oltre a questo dato di fatto, l’aspetto più deprimente è la poca considerazione sociale e politica. Eppure svolgono un lavoro basilare ma non riconosciuto, definito dagli economisti “lavoro riproduttivo”.
Si intendono tutti i compiti dell’erogazione di sostegno e servizi alla forza lavoro attuale e futura, quelli che svolgono o svolgeranno lavoro produttivo, non soltanto in termini di gravidanza e allevamento dei figli. Sempre più spesso è definito “riproduzione sociale“, a indicare che il suo ambito di applicazione è più ampio rispetto alle semplici attività associate alla riproduzione biologica. Il fatto che il lavoro riproduttivo sia la base essenziale del fenomeno costituisce la principale argomentazione a sostegno dell’importanza economica di tale operato.
E’ svolto in prima istanza dalle donne, non è retribuito e pertanto non è registrato nella contabilità nazionale. Per questi motivi un welfare all’altezza dovrebbe equiparare il tempo dedicato alla cura a quello della professione, in modo da evitare la discontinuità contributiva. Il fatidico numero 17 è scaturito dal programma “Age-It”, di cui fanno parte Università, enti di ricerca (come CNR, ISTAT, INPS) e aziende per studiare l’invecchiamento.

Guidato dall’Università di Firenze il progetto mira a sviluppare soluzioni per una longevità in buona salute, affrontando le sfide socio-economiche, biomediche e tecnologiche dell’invecchiamento demografico attraverso un approccio interdisciplinare. Secondo questo “parterre de roi della conoscenza” le donne trascorrono 17 anni nella cura degli altri, mentre i maschi solo 13. Vale a dire 1/3 del tempo è dedicato all’assistenza, senza stipendio né prestigio sociale.
Ovvero un maschio investe il 22% delle proprie energie, mentre la donna il 30%. Sono ben 13,5 milioni i ”caregiver” in Italia. Si tratta di persone, solitamente di famiglia, spesso donne nel 74% dei casi, che assistono gratuitamente e quotidianamente un congiunto non autosufficiente o disabile, offrendo supporto fisico, emotivo e relazionale. Persone sole, umili, silenti, che fanno della cura la loro missione e rappresentano il vero “ammortizzatore sociale”, nella più totale assenza di servizi pubblici adeguati e nell’assordante silenzio della politica.