Il destino spezzato di Luisa Fantasia

Un nome rimasto nell’oblio per anni: la storia di una giovane madre uccisa nel silenzio di casa sotto gli occhi della sua bambina.

Milano – Sabato 14 giugno 1975. Sono appena passate le sei del pomeriggio quando alla porta di un appartamento del quartiere Baggio suonano due ragazzi. Hanno l’aria di chi è già stato lì altre volte o almeno così sembra. “Siamo amici di Tonino”, dicono. Ad aprire è Luisa, ventiquattro anni, originaria di San Severo, in Capitanata, da qualche tempo trasferita a Milano per stare vicino al marito. In casa c’è anche Cinzia, la loro bambina di un anno e mezzo, che gioca tranquilla in un’altra stanza.

Quel “Tonino” non è casuale. È il soprannome con cui in città è conosciuto Antonio Mascione, brigadiere dei carabinieri del Nucleo investigativo di via della Moscova, un uomo che si è guadagnato la fama di incorruttibile lavorando sotto copertura contro i primi grandi traffici di eroina che stanno arrivando a Milano in quegli anni. Tonino La Legge”, lo chiamano nei circuiti che lui stesso sta cercando di smantellare.

Pochi giorni prima, due giovanissimi calabresi, Abramo Leone, di 17 anni, e Biagio Jaquinta, 23, si erano presentati in caserma chiedendo proprio di lui. Dicevano di sapere tutto su un carico enorme di eroina pronto ad arrivare in città e di essere disposti a vendere l’informazione. Mascione aveva accettato di trattare, fingendosi un compratore. L’incontro, però, era andato storto: l’uomo con cui doveva trattare aveva fiutato qualcosa e si era tirato indietro. Ma nel tentativo di portare avanti l’operazione, Mascione aveva commesso un errore che si sarebbe rivelato fatale: aveva lasciato ai due giovani il numero di telefono di casa.

Quei due ragazzi, convinti che il maresciallo tenga in casa la grossa somma di denaro che gli avevano visto durante l’incontro poi fallito, decidono di andare a cercarla. Quando Luisa apre la porta e dice che il marito non c’è, è già troppo tardi. Viene aggredita, immobilizzata e quando i due non trovano il denaro che cercavano, appena poche decine di migliaia di lire, si scatena una violenza che durerà ore. Nella stanza accanto, la piccola Cinzia piange, urla, finché lo sfinimento non la fa crollare in un sonno pesante.

Per tenere Mascione lontano da casa, uno dei due lo chiama in caserma con una scusa, parlandogli di una presunta stamperia di banconote false. Il brigadiere resta impegnato per ore, senza sapere cosa stia accadendo nella sua abitazione.

Quando torna a casa, poco prima di mezzanotte, trova il corpo martoriato di sua moglie. Accanto a lei, addormentata e coperta di sangue non suo, la loro bambina.

Le indagini partono praticamente da quella stessa notte. Mascione partecipa in prima persona. Gli inquirenti risalgono rapidamente ai due responsabili: nella loro abitazione vengono trovati oggetti appartenuti a Luisa, mentre l’arma del delitto viene recuperata lungo i binari della ferrovia che collega Milano a Saronno, dove era stata gettata durante la fuga. Dopo un lungo interrogatorio, i due confessano, anche se ognuno tenta di scaricare sull’altro la responsabilità del delitto.

Il processo che segue lascia un segno profondo nella storia giudiziaria italiana. Per la prima volta un imputato minorenne viene condannato all’ergastolo. Quando la sentenza viene letta in aula, l’emozione esplode: applausi, grida, pianti. È un momento che racconta quanto quella vicenda avesse colpito una città intera.

Eppure, la famiglia di Luisa sceglie il silenzio. I tre funerali di Stato, a Milano e nei luoghi d’origine in provincia di Foggia, si svolgono in forma privata, senza clamore, per espressa volontà del marito.

Pochi mesi dopo, alla fine del 1975, Milano decide comunque di non lasciare cadere quella storia nell’oblio: alla memoria di Luisa Fantasia venne conferito il massimo riconoscimento civico cittadino, insieme a un’onorificenza per il valore mostrato.

Per decenni, però, il suo nome è rimasto sostanzialmente sconosciuto ai più. Solo a partire dal 2019, grazie al racconto pubblico fatto da uno dei figli di Mascione, la vicenda è tornata alla luce. Due anni dopo, nell’anniversario della sua morte, l’amministrazione comunale ha deciso di intitolarle uno spazio verde proprio nel quartiere dove aveva vissuto: un luogo che oggi porta il suo nome, restituendole quella visibilità che per troppo tempo le era stata negata.