Disuguaglianze anche sulla pensione, nettamente inferiore a quella dell’uomo. La parità che sembrava raggiunta in realtà è ancora distante anni luce.
Le donne discriminate e sbeffeggiate anche da pensionate. Il divario di genere è un tratto distintivo della nostra società. Indica la disparità tra uomini e donne in vari ambiti della vita sociale, economica, politica e culturale. Rappresenta una forma di disuguaglianza in cui le donne subiscono svantaggi rispetto agli uomini in termini di opportunità, salari, istruzione, salute e rappresentanza. Nemmeno la parte finale della vita, ossia quella della pensione, viene risparmiata da questa vera e propria discriminazione.
I dati diffusi dall’INPS, che ogni mese pubblica il suo report sulle pensioni, sono più eloquenti di qualsiasi analisi economica. Infatti, l’importo medio delle pensioni femminili è di 1.056 euro, mentre quelle maschili di 1.437, pari a -26,51%. Il dato risulta, più o meno, lo stesso anche senza conteggiare gli assegni sociali. Eppure il sostantivo pensione è di genere femminile. Se ne fosse rispettato il lessico, casomai dovrebbe essere favorito quest’ultimo. Invece la discriminazione è prima linguistica e poi politico sociale.
Secondo l’Istituto di previdenza il “gender gap” è frutto delle disparità insite nella struttura socio-economica che seguono, come ombre malefiche, tutto il percorso lavorativo delle donne. Esse si materializzano in: carriere non lineari, in quanto si lascia il lavoro per la cura della famiglia; salari in media inferiori rispetto ai maschi; occupazione minore. Se ne deduce che il montante contributivo, essendo inferiore a quello maschile, accresce i rischi di indigenza nella parte terminale della vita.
Poi ci si mette pure la legislazione a procurare disastri, come nel caso di “Opzione Donna”, non rinnovata quest’anno. Era una misura pensionistica anticipata per consentire alle lavoratrici (dipendenti e autonome) di andare in pensione con requisiti di età ridotti, a fronte del ricalcolo dell’intero assegno con il sistema contributivo.
Richiedeva solitamente 35 anni di contributi e un’età anagrafica specifica (60-61 anni nel 2024, riducibili per figli), limitata a categorie svantaggiate (caregiver, invalide, licenziate/in crisi). Come dire: con una mano ti offro un salvagente, con l’altra ti annego! Nel 2025 coloro che hanno scelto questa opportunità sono state del 40,5% in meno rispetto al 2024, soprattutto a causa delle limitazioni sui requisiti di accesso. Uno scenario siffatto non poteva che comportare una duplice criticità: 1) chi è andato in pensione ha percepito una pensione più bassa; 2) le possibilità di una maggiore flessibilità di uscita dal lavoro sono state nel tempo notevolmente ridotte, restringendo le scelte che hanno inciso sull’autonomia economica femminile.
Con la recente legge di bilancio approvata dal Parlamento, abolita “Opzione Donna”, le possibilità di andare in pensione in anticipo sono ridotte al lumicino. Resta quella del contributivo puro, usufruibile da chi non ha contributi prima del 1° gennaio 1996, con un’età di 64 anni, minimo 20 anni di contributi versati e un importo dell’assegno calcolato superiore alla soglia minima.

Le “menti sopraffini” che hanno ideato questa opzione hanno stabilito che la pensione deve essere di importo 3 volte l’assegno sociale, ossia 1.638 euro lordi al mese per il 2026. Infine sono stati offerti alcuni vantaggi per le madri. Ovvero una donna con un figlio, avrà un importo pari a 2,8 l’assegno sociale, circa 1529 euro, con 2 o più figli, la pensione equivarrà a 2,6 l’assegno sociale, 1420 euro. Ora ai comuni mortali non è dato sapere se l’importo risulti inferiore a queste somme e cosa ne sarà dei contributi versati.
Verrà comunque elargito l’assegno pensionistico, di qualunque importo esso sia o il montante contributivo verrà rimborsato? Chissà. Qualunque decisione, visti i chiari di luna, non potrà che continuare ad avere effetti negativi sui poveri cittadini.
Con l’età media pensionabile sempre in aumento, l’assegno percepito basterà, forse, a scavarci la fossa.