L’interrogazione di FdI contesta l’ennesima richiesta di archiviazione, pur in presenza di un profilo genetico, una confessione e un sospettato con identità multiple.
Roma – Un’interrogazione parlamentare può sembrare uno strumento freddo, burocratico. Ma quando riguarda una ragazza sparita nel nulla 33 anni fa e una famiglia che non ha mai smesso di cercarla, quelle righe protocollate diventano un grido di giustizia che arriva fino al ministro. Beatriz Colombo, deputata di Fratelli d’Italia, ha deciso di portare il caso di Cristina Golinucci davanti al Guardasigilli chiedendo conto di un’anomalia che ha dell’incredibile: come si può archiviare un’indagine quando ci sono un DNA, una confessione, un sospettato latitante?
Primo settembre 1992. Cristina Golinucci ha 21 anni e un appuntamento al convento dei Cappuccini di Cesena col suo padre confessore. La sua Fiat 500 viene ritrovata nel parcheggio. Sul cruscotto un contratto di lavoro da firmare l’indomani. Di lei nessuna traccia. Da quel giorno inizia un calvario giudiziario fatto di aperture, chiusure, richieste di archiviazione che si susseguono nel tempo senza mai arrivare a un punto fermo.

L’interrogazione presentata da FdI mette nero su bianco quello che la famiglia e l’associazione Penelope denunciano da anni: esistono elementi investigativi concreti che puntano verso una persona precisa ma il procedimento continua a girare a vuoto. La figura centrale è Emanuel Boke, richiedente asilo ospitato nel convento proprio quando Cristina scompare. Un particolare che la famiglia scoprirà solo due anni dopo.
Boke non è uno qualunque. Nel 1994 viene arrestato e condannato in Italia per violenza sessuale su due giovani donne. Otto giugno 1999: esce dal carcere dopo aver scontato la pena. Venti giorni dopo, il 29 giugno, viene arrestato a Marsiglia per un’altra violenza sessuale. Ma stavolta con un’altra identità: Kwame Quist. Le impronte digitali però coincidono. È lui.
Ma il punto centrale dell’interrogazione riguarda quello che succede nel 1994 quando Boke è in carcere. Dice a padre Lino, il confessore di Cristina: “Sì, sono stato io, sono stato una bestia, un assassino”. Poi ritratta. Il frate riferisce ai carabinieri un anno dopo ma quella confessione viene blindata dal segreto confessionale. Un muro invalicabile che impedisce di usarla processualmente.
Colombo ricorda nell’interrogazione che nel 2022 la Procura riapre il fascicolo contro ignoti. Vengono analizzati reperti sequestrati negli anni Novanta. Da un rullino fotografico appartenuto a Boke viene estratto un profilo genetico riconducibile a lui. Un elemento scientifico, oggettivo, che collega quell’uomo alla vicenda. Ma nonostante questo il procedimento viene nuovamente oggetto di richiesta di archiviazione “in assenza – allo stato attuale – di un capo di imputazione formalizzato nei confronti di soggetti determinati”.
È qui che l’interrogazione affonda il colpo: come è possibile? La domanda che FdI rivolge al ministro suona come un atto d’accusa verso un sistema giudiziario che sembra girare su se stesso senza arrivare mai al punto.
Il caso Golinucci ha sempre sofferto di un problema: la riluttanza a indagare davvero dentro il convento. La madre Marisa Degli Angeli l’ha denunciato più volte. Sotto quella struttura ci sono grotte, cunicoli, cisterne. Dopo il 1992 è comparsa una porta murata che prima non c’era. Le ispezioni con georadar fatte nel 2010 e nel 2024 non hanno dato risultati ma molti dubitano che siano state fatte con la necessaria accuratezza.

In un’occasione sono state trovate ossa che sono state escluse come appartenenti a Cristina senza nemmeno fare l’analisi del DNA. Come se qualcuno volesse evitare certe verifiche. Il sospetto che aleggia da sempre è che ci sia stata una volontà di proteggere l’istituzione religiosa evitando indagini troppo invasive.
L’interrogazione parlamentare forza il tema chiedendo al ministro “se sia a conoscenza della vicenda e se e quali iniziative, per quanto di competenza, intenda attivare al fine di far luce sul caso di Cristina Golinucci”. Non è una domanda retorica. È una richiesta precisa di sapere cosa intende fare il governo davanti a un’archiviazione che appare incomprensibile.
Boke è latitante dal 1999. Ventisei anni durante i quali avrebbe potuto essere cercato con mandato internazionale, rintracciato attraverso Interpol, localizzato nelle carceri francesi dove risultava detenuto con false generalità. Invece nulla. Come se la sua sparizione fosse accettabile, tollerabile, non prioritaria.

Nel testo dell’interrogazione FdI sottolinea il “particolare rilievo investigativo” di questa figura. Un modo elegante per dire: quest’uomo doveva essere il primo indiziato fin da subito. Invece per due anni la famiglia non sa nemmeno che era lì nel convento. Quando lo scopre deve lottare per far riaprire le indagini. E anche quando vengono riaperte, anche quando spuntano elementi nuovi come il DNA sul rullino, il risultato è sempre lo stesso: richiesta di archiviazione.
Cristina Golinucci non è l’unica ragazza scomparsa in quel periodo a Cesena. Un mese dopo sparisce Chiara Bolognesi, anche lei volontaria, stessa chiesa, stessa età. Viene trovata morta nel fiume Savio. Archiviato come suicidio senza una vera autopsia. Le sue psicologhe escludevano il gesto volontario. Una telefonata anonima a un prete indica dove trovare Chiara e dice che Cristina è nel Tevere vicino a una chiesa con due frati di Cesena. Coincidenze? Forse. Ma mai indagate davvero.

L’iniziativa parlamentare di FdI riporta il caso sotto i riflettori nazionali dopo anni di silenzio mediatico. Marisa Degli Angeli, nominata dall’ANSA personaggio dell’anno 2024 per la sua battaglia, finalmente vede la politica muoversi concretamente chiedendo risposte al governo, perché Cristina Golinucci non resti per sempre tra gli scomparsi senza nome e senza colpevoli.