Dignità, uguaglianza, giustizia e democrazia garantiscono la libertà individuale senza discriminazioni. Con l’aria che tira si stanno trasformando in paccottiglia da smaltire.
La società civile sta quasi scomparendo nelle democrazie europee. Si odono suoni sordidi in giro per l’Europa, accompagnati da odori putridi che stanno infestando la società civile. C’è un’aria diffusa di subdolo autoritarismo, di una stantia volontà guerriera che si sta manifestando con l’abusata citazione latina “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra). Questa celebre massima significa che per mantenere la pace è necessario essere militarmente preparati e in grado di difendersi.
Molti Stati membri dell’Unione Europea (UE) stanno incrementando significativamente i propri budget per la difesa, con l’obiettivo di raggiungere il 5% del PIL entro il 2035. Se tutti applicassero la massima di cui sopra, ci ritroveremmo con tante armi accumulate, che prima o poi dovranno essere usate, per forza di cose, anche con un pretesto qualsiasi. La prima vittima di questo “modus operandi” è la società civile, il cui stato di salute viene monitorato da CIVICUS, un’alleanza globale di organizzazioni orientata a rafforzare l’azione dei cittadini nei confronti delle istituzioni politiche e sociali.
Per misurare le condizioni della società civile viene utilizzato il “CIVICUS Monitor”, che valuta lo stato dello spazio civico (libertà di espressione, associazione e riunione pacifica) in quasi 200 Paesi, classificandoli in categorie come “Aperti“, “Ostruiti” o “Chiusi” e pubblicando rapporti annuali sulle tendenze globali. Nell’ultimo report pubblicato è balzata agli onori della cronaca una notizia relativa a Francia, Germania e Italia, che sono state inserite nella stessa classe dell’Ungheria in relazione alle restrizioni delle libertà della società civile.
Gli Stati in questione sono stati retrocessi da “ristretto” ad “ostacolato”, il livello più basso dei cinque previsti. Il rapporto è un’analisi delle libertà di espressione e di manifestare pacificamente in 198 Paesi. In ogni Paese europeo le inosservanze più evidenti hanno riguardato l’arresto di manifestanti, la sospensione delle contestazioni in piazza, la violazione del diritto di cronaca con controlli e minacce ai giornalisti, l’uso sproporzionato della forza in relazione al contesto e la denigrazione pubblica.
Questo è talmente vero che se si guardassero i filmati di contestazioni, scioperi e quant’altro senza ascoltare l’audio, si noterebbe una forte similarità tra democrazie a stati autocrati. Non è che il “manganello democratico” sia più dolce di quello “autoritario”. Il virus si sta propagando diffusamente, tant’è che secondo i ricercatori di CIVICUS sono evidenti gli ostacoli ostativi per i cittadini europei, frappostosi nell’esercizio delle libertà fondamentali.

Nelle democrazie europee le libertà fondamentali includono diritti civili (pensiero, espressione, associazione, vita privata), politici (voto, eleggibilità, partecipazione), sociali (lavoro, istruzione, protezione) ed economici (circolazione di persone, merci, servizi, capitali), tutti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE e basati su dignità, uguaglianza, giustizia e democrazia, garantendo la libertà individuale senza discriminazioni. Con l’aria che tira si stanno trasformando in paccottiglia da smaltire.
Nel Belpaese risuona un tintinnar di sciabole, tanto per usare un’espressione del leader socialista Pietro Nenni che, nel 1967, alludeva alla minaccia di un golpe militare, col “Piano Solo”. Non saranno propriamente sciabole ma è stata approvata una legislazione securitaria, come l’ultimo decreto sicurezza approvato il 5 febbraio, che introduce nuovi reati penali come pene più coercitive anche per manifestazioni pacifiche. Il “casus belli” è stata la manifestazione di Torino del 31 gennaio contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna.
Una manifestazione pacifica macchiata dalla vile aggressione di un gruppo di violenti contro un poliziotto. Non si aspettava altro da dare in pasto all’opinione pubblica, un motivo per giustificare il giro di vite sulla sicurezza.
Meno male che l’Italia è la “culla del diritto“, se fosse anche quella del…rovescio, ci ritroveremmo i carrarmati in piazza!