“Born to Burn”, nate per bruciare: non solo anarchici, ma il leitmotiv di una campagna che unisce boicottaggi e atti violenti.
Roma – L’incendio che nella notte tra il 30 e il 31 marzo ha distrutto 16 auto elettriche al Tesla Center di via Serracapriola, a Torre Angela, non lascia più dubbi: è stato un attentato. Tre inneschi distinti, collocati in punti diversi del parcheggio, hanno ridotto in cenere le vetture in pochi minuti, causando danni per oltre un milione di euro. Ma quello di Roma non è un caso isolato: poche ore prima, a Saint Chamond, in Francia, una piazzola di ricarica Tesla andava a fuoco, e il 29 marzo il movimento globale “Tesla Takedown” aveva orchestrato azioni di protesta in 250 città contro il simbolo dell’impero di Elon Musk. “Born to Burn”, nate per bruciare, sembra essere il leitmotiv di una campagna che unisce boicottaggi e atti violenti.
La pista anarchica e un’ipotesi diversa
La Digos di Roma, che indaga sul rogo, ha inizialmente seguito la pista anarchica, suggerita anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: “Le modalità fanno pensare a una matrice antagonista”. Elon Musk, dal canto suo, non ha esitato a definire l’attacco “terrorismo” su X, ricevendo la solidarietà di Matteo Salvini: “Troppo odio ingiustificato contro Tesla”. Tuttavia, una fonte qualificata dell’Antiterrorismo, pur con cautela, invita a guardare oltre: “Sarebbe troppo semplice ricondurre tutto ai soliti gruppi anarchici. Qui c’è qualcosa di diverso”.
L’assenza di una rivendicazione, tipica delle azioni anarchiche, è il primo elemento anomalo. Nessun volantino, nessuna scritta sui muri, nessun comunicato su portali di area. Questo silenzio spinge gli inquirenti a ipotizzare una regia inedita: non i classici antagonisti di piazza, ma una rete di individui – forse giovanissimi – che si organizza esclusivamente online, trasversale alla politica tradizionale e unita dall’obiettivo di colpire Musk, simbolo del “capitalismo verde” e del suo recente ruolo nell’amministrazione Trump.
Un collettivo digitale?
“Non è la solita azione dimostrativa”, spiega la fonte. “Sembra più il lavoro di un collettivo simile a un gruppo di hacker che a militanti organizzati”. Nessun copione prestabilito, nessuna struttura gerarchica visibile: un’entità fluida che si muove sul web, difficile da intercettare. Le indagini si concentrano ora sulla rete, più che sul territorio, analizzando forum, chat criptate e il dark web. Le telecamere di sorveglianza del Tesla Center e le dashcam delle auto non incendiate – attive anche a motore spento – potrebbero aver catturato dettagli utili, ma il vero lavoro si gioca altrove.
L’attentato di Roma si inserisce in un contesto globale. In Germania, il gruppo anarchico Vulkangruppe ha rivendicato sabotaggi alla rete elettrica della Gigafactory Tesla; negli Stati Uniti, l’FBI indaga su atti vandalici definiti “terrorismo domestico” da Trump. Il “Tesla Takedown” del 29 marzo ha visto presidi davanti a 277 concessionarie, con episodi degenerati in violenze, come il lancio di molotov in Oregon. A Roma, però, l’assenza di una firma lascia spazio a interrogativi: chi sono i responsabili?
Un simbolo sotto attacco
Musk, da pioniere dell’auto elettrica a figura controversa per il suo sostegno a Trump e il ruolo nel “Department of Government Efficiency”, è diventato un bersaglio. “Born to Burn” non è solo uno slogan: è la sintesi di un’ostilità che unisce ecologisti radicali, anarchici e cittadini delusi dalle sue posizioni politiche. A Roma, il rogo ha risparmiato moto Triumph vicine, segno di un’azione mirata.
Nelle prossime ore, un’informativa sarà consegnata alla Procura di Roma, che coordina le indagini. Gli specialisti dell’Antiterrorismo sono in allerta: “Non li conosciamo ancora, e questo li rende pericolosi”. La certezza, per ora, è una sola: la scia di fuoco contro Tesla non si è spenta.