“Voglio rivedere le mie figlie prima di morire”: il tribunale nega l’ultimo saluto

La donna, ex tossicodipendente e malata terminale, chiedeva un incontro protetto con le figlie date in adozione. I giudici: “Inopportuno”. La protesta degli avvocati.

C’è un confine sottile, quasi invisibile, tra il rigore della legge e la crudeltà del destino. E in questa storia quel confine è stato varcato. Una madre malata terminale, con il tempo che le scivola tra le dita, ha formulato l’unica richiesta che il suo cuore le imponeva: rivedere le due figlie, oggi adolescenti, date in adozione anni fa dopo un passato segnato dalla tossicodipendenza e dal degrado. Il Tribunale per i minorenni ha opposto un muro: istanza respinta. “Non si ritiene opportuno un riavvicinamento con le minori, in quanto risulterebbe pregiudizievole per le stesse”, recita l’ordinanza. Una formula burocratica che suona come una condanna definitiva, non solo giuridica, ma umana.

La vicenda, rivelata da Il Messaggero a firma della giornalista Michela Allegri, affonda le radici nel 2019, quando il Tribunale dispose la sospensione della responsabilità genitoriale nei confronti della coppia e il collocamento dei figli in casa famiglia. Il provvedimento riguardava le due bambine e i fratelli maggiori, oggi prossimi alla maggiore età. I motivi erano pesanti: condizioni abitative precarie, un contesto familiare attraversato dal disagio e soprattutto la condotta del padre, descritto come violento e gravato da numerosi precedenti penali.

I servizi sociali avevano tracciato un quadro allarmante. I minori avrebbero assistito a un violento litigio tra i genitori, sfociato in un’aggressione dell’uomo nei confronti della donna, circostanza che la madre aveva ridimensionato parlando di una semplice incomprensione. Una delle bambine era stata trovata da sola in strada. La scuola aveva segnalato ritardi, scarsa igiene, assenza di materiale scolastico, bambine che arrivavano in classe senza aver fatto colazione e senza merenda. Dopo l’allontanamento, i piccoli si affidarono agli operatori con una serenità che colpì gli stessi assistenti sociali: le bambine salutarono i genitori senza piangere, separandosi da loro senza indugio.

I genitori tentarono la carta del ricorso, sostenendo che i figli non avessero mai subito privazioni. Il tribunale confermò tutto: la coppia continuava a negare ogni criticità, mentre i minori mostravano segni evidenti di disagio. Da lì partì l’iter verso la dichiarazione dello stato di abbandono e, infine, l’adozione delle due bambine.

Oggi la situazione è drammaticamente diversa. La donna sostiene di aver ricostruito la propria vita, di essere uscita dal tunnel della dipendenza. Ma il corpo l’ha tradita: le è stata diagnosticata una malattia terminale con “aspettative di vita pari a zero“, come scrivono i suoi legali, gli avvocati Alessandro Pace e Alessia Gemini, nell’istanza presentata al Tribunale. La richiesta era chiara e circoscritta: uno o più incontri protetti, con la supervisione dei servizi sociali, del tutore e con il coinvolgimento della famiglia adottiva. Non una messa in discussione dell’adozione, ma un ultimo, disperato saluto.

La risposta dei giudici è stata un no secco. E i legali non hanno nascosto l’indignazione, definendo il provvedimento “estremamente grave”: “Si è scelta la strada più radicale: impedire qualsiasi contatto, perfino davanti alla morte imminente della madre”. Una domanda, soprattutto, pesa come un macigno nelle parole degli avvocati: Ci chiediamo come potranno reagire un domani queste ragazze, sapendo che un Tribunale ha deciso di non permettere loro un ultimo saluto alla madre”. Non ci risulta, aggiungono, che le minori siano state neppure consultate.

Un interrogativo che chiama in causa l’intero sistema di giustizia minorile italiano. E che, al di là delle carte processuali, riguarda qualcosa di più profondo: il diritto di una madre morente a dire addio, e quello di due ragazze a scegliere se ascoltare quell’addio.