Ex Ilva: vicolo cieco tra offerte al ribasso e il fantasma della chiusura

Con perdite da un milione al giorno e il sequestro dell’Altoforno 1, la vendita ai privati appare sempre più difficile. La nazionalizzazione torna a essere l’unica strada percorribile?

Taranto – Il destino dell’ex Ilva è a un bivio drammatico, stretto tra una magistratura che non cede sui sequestri e un mercato che sembra aver voltato le spalle al colosso siderurgico italiano. Secondo Fausta Bergamotto, sottosegretario al Mimit, il mancato dissequestro dell’Altoforno 1 – negato per la terza volta – ha già generato un danno da produzione pari a 2,5 miliardi di euro. Una cifra che pesa come un macigno su una trattativa di cessione che il governo definisce “complessa e delicata”, ma che i numeri descrivono come un vero e proprio dissanguamento pubblico.

Il conto (infinito) sulle spalle dei contribuenti

Tenere accesi i motori di quella che fu la più grande acciaieria d’Europa costa, oggi, non meno di un milione di euro al giorno. Le stime più nere, fornite dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi, parlano di perdite mensili tra gli 80 e i 100 milioni di euro. Un’emorragia che dura dal 2012 e che ha visto lo Stato intervenire ciclicamente per evitare il collasso.

In base ai dati fornita dalla Dataroom di Milena Gabanelli per Il Corriere della Sera, il bilancio del sostegno pubblico negli ultimi 14 anni è spaventoso. Tra finanziamenti statali per l’amministrazione straordinaria, aumenti di capitale di Invitalia, finanziamenti ponte e decreti salva-Ilva, la liquidità pura immessa nel sistema ammonta a 2,6 miliardi di euro. Se a questi aggiungiamo i 750 milioni per la cassa integrazione (stima Assonime), le garanzie Sace e i recenti prestiti di salvataggio autorizzati dall’Ue, il costo totale per i contribuenti sfiora i 4 miliardi di euro. Una cifra quasi speculare a quanto ArcelorMittal si era impegnata a investire nel 2017, prima che lo scontro sullo “scudo penale” portasse al recesso e al caos giudiziario attuale.

Offerte al ribasso: un euro per il colosso d’acciaio

Mentre il debito della società proprietaria degli impianti e di quella che li gestisce supera ormai i 10 miliardi di euro, i potenziali acquirenti rimasti in campo (il Gruppo Flacks e Jindal Steel) non sembrano offrire garanzie solide. Michael Flacks, investitore basato a Miami, ha presentato un’offerta simbolica di un euro. Nonostante le promesse di investimenti miliardari, la caratura industriale del gruppo resta oggetto di dubbi.

Il colosso indiano Jindal Steel, invece, propone un piano che dimezzerebbe la capacità produttiva di Taranto, trasformandola in un sito di rifinitura per semilavorati provenienti dall’Oman. Il risultato? Un taglio drastico dell’occupazione: si passerebbe infatti da 10mila lavoratori a 4mila, meno della metà.

Perché la nazionalizzazione conviene (ora più che mai)

In questo scenario di “offerte inaccettabili”, la richiesta dei sindacati per un ritorno dello Stato non appare più come un’utopia ideologica, ma come una necessità pragmatica. Ecco perché conviene:

  1. I costi dell’abbandono: Chiudere l’Ilva costerebbe più che risanarla. Tra la cassa integrazione a vita per 10mila operai e bonifiche ambientali stimate tra i 4 e i 5 miliardi di euro, lo Stato spenderebbe cifre astronomiche per un sito morto.
  2. L’ultimatum del Tribunale di Milano: Il recente provvedimento che impone lo stop all’area a caldo dal 24 agosto (se non verrà adeguata l’AIA) rende impossibile per qualsiasi privato investire senza garanzie statali totali.
  3. Sovranità industriale: L’acciaio è un asset strategico. Produrre “in casa” significa non dipendere dalle fluttuazioni dei mercati esteri e garantire la sopravvivenza dell’indotto meccanico italiano.

Mentre l’arcivescovo di Taranto, Ciro Miniero, osserva che “non conviene più” tenere aperto lo stabilimento senza risultati, la realtà dei numeri suggerisce che lo Stato, avendo già speso diversi miliardi, non può permettersi di regalare l’impianto a chi ne pianifica lo smantellamento. Nazionalizzare significa assumersi la responsabilità di un piano industriale serio: adeguare gli impianti, tutelare la salute dei cittadini e trasformare una ferita aperta in un modello di siderurgia green. La domanda non è più se lo Stato debba rientrare, ma se possa permettersi di non farlo.