Strangola la figlia e si uccide, la famiglia: “Chiedeva aiuto, l’hanno lasciata sola”

Mihaela Belecciu, prima di impiccarsi, aveva già tentato il suicidio due volte, ma al Centro di salute mentale le avevano fissato un appuntamento a settembre.

Torino – Una tragedia che i familiari di Mihaela Belecciu definiscono annunciata, urlata, implorata, eppure rimasta senza risposta. Domenica 21 giugno la donna, 39 anni, di origini romene, ha strangolato la figlia Isabella Cojocariu, 13 anni, per poi togliersi la vita impiccandosi con un laccio legato a un letto a castello, nell’appartamento di via Domodossola, nel quartiere Parella. A scoprire i due corpi è stata l’altra figlia, diciannovenne, rientrata a casa intorno alle undici di mattina. Ha trovato la sorellina ancora agonizzante e ha chiamato il 118, ma i sanitari non sono riusciti a salvarla.

Accanto ai corpi, un biglietto destinato alla figlia maggiore:Guardate nel mio cellulare, con il codice di accesso al dispositivo. Il telefono è stato sequestrato dagli investigatori della Squadra mobile. Cosa custodiva Mihaela in quel telefono? Cosa voleva che emergesse? “Qualcosa su quel cellulare ci deve essere”, sostiene il fratello della donna.

A ricostruire il calvario dei mesi precedenti sono i parenti di Mihaela, assistiti dall’avvocato Maurizio Punturieri. La donna viveva in Italia da vent’anni. Oltre un anno fa il marito si era trasferito in Svizzera per lavoro. A febbraio l’uomo le aveva inviato un selfie abbracciato a un’altra donna, intimandole di non cercarlo più. Da quel momento, raccontano i familiari, Mihaela ha smesso di essere la donna che conoscevano.

A marzo aveva tentato di strangolarsi. Settimane dopo ci aveva riprovato, ingerendo una quantità massiccia di farmaci. In entrambi i casi la famiglia l’aveva portata in ospedale chiedendo il ricovero. La risposta: senza il consenso della paziente, impossibile trattenerla. La famiglia si è rivolta anche al Centro di salute mentale. L’appuntamento disponibile: settembre. Tre mesi di attesa per una donna che aveva già tentato di uccidersi due volte.

“Abbiamo chiamato i carabinieri quando perdeva il controllo – raccontano il fratello e la sorella –. Ci hanno risposto che avrebbero mandato gli assistenti sociali. Non si è visto nessuno. Facevamo presente che in casa c’era una minore, che nostra sorella aveva bisogno di aiuto. Siamo stati abbandonati”.

Anche sabato sera, poche ore prima della tragedia, i familiari hanno lanciato l’ultimo disperato allarme. L’ex marito aveva inviato a Mihaela un’altra foto con un’altra donna. La 39enne è andata in crisi. I parenti hanno chiamato l’ambulanza, hanno implorato un ricovero. La risposta del personale sanitario: Chi solitamente annuncia il suicidio, poi non lo fa. Il giorno dopo, Isabella era morta.

Le indagini sono coordinate dal pm Roberto Furlan della Procura di Torino. Nei prossimi giorni saranno disposte le autopsie sui corpi di madre e figlia. Attraverso il legale, la famiglia chiede che vengano accertate eventuali responsabilità legate all’assistenza – o alla mancata assistenza – ricevuta nei mesi precedenti. “Non è una caccia al colpevole a tutti i costi – precisa Punturieri –. Ma si vuole sensibilizzare le istituzioni sulla necessità di dare aiuto senza guardare gli orari, senza essere burocrati”.