Gli ermellini bocciano la tesi della “querela strumentale” usata per scagionare un uomo che controllava l’ex moglie con GPS e app spia. Il caso torna in Appello a Salerno.
Roma – Con una sentenza che segna un punto fermo contro i pregiudizi di genere nelle aule di giustizia, la Corte di Cassazione ha annullato l’assoluzione di un uomo accusato di stalking e violenza privata ai danni dell’ex moglie. La quinta sezione penale ha duramente criticato i giudici di secondo grado di Salerno, colpevoli di aver liquidato le denunce della vittima come manovre per ottenere vantaggi nella causa di separazione, ignorando le prove di un controllo ossessivo e violento.
Il quadro emerso nel primo grado di giudizio delineava uno scenario di sorveglianza tecnologica e aggressioni fisiche. L’imputato aveva installato segretamente un localizzatore GPS sull’auto della donna e un’applicazione-spia sul suo smartphone, che gli permetteva di intercettare e ascoltare ogni conversazione telefonica.
La vittima, inoltre, ha raccontato episodi di violenza, tra cui un tentativo di soffocamento con un cuscino, e minacce costanti. La gravità della situazione era tale che, durante le indagini, il divieto di avvicinamento era stato inasprito con gli arresti domiciliari, poiché l’uomo continuava a perseguitare anche la figlia.
Nonostante queste prove, la Corte d’Appello di Salerno aveva ribaltato la condanna, basando l’assoluzione su una congettura legata alle tempistiche legali. Per i giudici di secondo grado, il fatto che le querele fossero state presentate poche settimane dopo un’udienza di separazione sfavorevole alla donna le rendeva sospette, configurandole come “armi di ricatto”.
Gli Ermellini hanno definito tale valutazione “personale e tautologica”, sottolineando come non si possa smontare la credibilità di una vittima basandosi solo sulla coincidenza temporale con il contenzioso civile, senza riscontri oggettivi che provino la falsità dei fatti narrati.
Il caso dovrà ora essere riesaminato da un’altra sezione della Corte d’Appello di Salerno. La decisione della Suprema Corte riafferma un principio cardine: il racconto di una donna vittima di violenza non può essere svalutato a priori dal sospetto di una strategia processuale, specialmente quando supportato da prove tecniche di condotte persecutorie.