Prometteva le nozze con un annuncio, poi le faceva a pezzi: il “Barbablù del Tevere”

Cesare Serviatti confessò di aver ucciso tre donne tra La Spezia e Roma, ma le sue vittime furono almeno sette. Fu fucilato alla schiena a Sarzana nel 1933.

La Spezia – Poche righe sul giornale, dal tono rassicurante: “Pensionato, 450 mensile, conoscerebbe Signorina con mezzi. Preferibilmente conoscenza scopo matrimonio”. Dietro quell’annuncio, però, non c’era un futuro marito ma un carnefice. Era la trappola di Cesare Serviatti, ex macellaio ed ex infermiere nato a Subiaco nel 1875, che tra il 1928 e il 1932 uccise almeno tre donne tra La Spezia e Roma, le fece a pezzi e se ne sbarazzò tra pozzi neri, fiume e valigie. I giornali lo ribattezzarono il “Landru del Tevere”, come il “Barbablù” francese che seduceva e ammazzava le sue fidanzate.

Le sue prede erano donne sole, spesso cameriere, con qualche risparmio messo da parte. Lui, che era già sposato, prometteva le nozze, conquistava la loro fiducia e poi le derubava. La prima fu Giuseppina Pasqua Bartolini Tiraboschi, nel 1928: uccisa nel sonno nell’appartamento di via Genova, a La Spezia, dove Serviatti gestiva una piccola pensione. Il corpo, sezionato, finì nel pozzo nero della casa. Nessuno se ne accorse.

Due anni dopo toccò a Bice Margarucci, cameriera conosciuta a Roma con lo stesso trucco. Chiusa in una valigia e gettata nel Tevere da Ponte Garibaldi, fu restituita dal mare, decapitata, il 3 novembre 1930 sul litorale laziale. Anche stavolta nessuno collegò i due delitti.

L’errore fatale arrivò nel novembre del 1932. Il 16, alla stazione di Napoli, su un treno arrivato da Torino, saltano fuori due valigie abbandonate: dentro ci sono i resti di una donna, avvolti nella carta di giornale. Il giorno dopo, a Roma Termini, spuntò un altro bagaglio con il resto del corpo. Si trattava di Paolina Gorietti, cameriera di 39 anni, partita per La Spezia con l’uomo trovato tramite un annuncio, con cui sognava di aprire una pensione. La svolta arrivò tramite un’amica della vittima, che fece agli investigatori il nome del fidanzato.

Il 14 dicembre 1932 Serviatti venne arrestato. Messo alle strette, confessò l’omicidio di Gorietti e poi quelli di Margarucci e Bartolini, i cui resti vennero recuperati in fondo al pozzo di via Genova. Su altre presunte vittime, fino a sette secondo alcune ricostruzioni, negò sempre.

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Il processo si celebrò a La Spezia nell’estate del 1933: ergastolo per i primi due delitti, condanna a morte per quello della Gorietti, confermata in appello e in Cassazione. Il re respinse la domanda di grazia. All’alba del 13 ottobre 1933, in località Ghiara Vecchia, a Sarzana, un plotone di 22 agenti di pubblica sicurezza lo fucilò alla schiena. Prima di morire rifiutò il prete, bevve due bicchieri di cognac e fumò due sigari.

Nonostante la censura del regime sulla cronaca nera, il caso riempì le pagine dei giornali e Serviatti passò alla storia anche come il “femminicida del Ventennio”. Si racconta che da bambino, a chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto da grande, rispondesse senza esitare: “Il boia”.