Prigionieri dell’attesa: vite sospese nel silenzio

Centinaia di migranti vivono da mesi senza servizi e senza accesso all’asilo, bloccati da rinvii, respingimenti e pratiche illegittime.

Trieste – Tantissimi migranti vivono ormai da tempo nei magazzini abbandonati del Porto Vecchio di Trieste, senza acqua, luce o riscaldamento. Sono richiedenti asilo, persone rimandate in Italia da altri Paesi europei o viaggiatori della rotta balcanica. Le associazioni stimano almeno 180–200 presenze.

Nonostante la legge preveda l’identificazione e l’avvio delle procedure in pochi giorni, l’accesso alle questure di Trieste, Gorizia e Monfalcone è bloccato da attese interminabili, rinvii continui e appuntamenti cancellati. Senza la formalizzazione della domanda d’asilo, è impossibile entrare nel sistema di accoglienza.

A complicare la situazione ci sono pratiche non previste dalla legge, come controlli sui telefoni, richieste di documenti impossibili da ottenere o inviti a presentarsi in altre province. In alcuni casi sono stati necessari interventi dei tribunali per far rispettare le norme.

A Gorizia, molti migranti ricevono ripetuti rinvii, talvolta anche sette volte, e a qualcuno viene chiesto perfino di rinunciare all’accoglienza per ottenere una data certa, pratica illegittima.

Nei capannoni del porto, privi di servizi minimi, afghani, pakistani, nepalesi e altri gruppi si arrangiano con mezzi di fortuna. La notte è particolarmente dura. Ogni giorno decine di persone tentano di nuovo di entrare in questura, ma la maggior parte viene respinta senza essere ascoltata.

Nonostante la reintroduzione dei controlli tra Italia e Slovenia e un forte dispiegamento di mezzi, il flusso lungo la rotta balcanica non si è fermato. Il passaggio è solo diventato più nascosto e più costoso. Le organizzazioni criminali che gestiscono la tratta, controllano con metodi sempre più violenti le persone in viaggio.

Le associazioni che operano sul territorio – unico punto di riferimento reale – registrano quotidianamente una situazione sempre più critica: in questura entrano pochissime persone al giorno e solo una parte riesce davvero a presentare la domanda.

Molti cittadini nepalesi, ingannati da agenzie che promettono lavoro in Europa, restano intrappolati in un percorso fatto di sfruttamento e rinvii. Nonostante il Nepal non sia considerato un Paese sicuro, la quasi totalità delle richieste di asilo viene respinta. Donne e ragazze raccontano abusi e “incidenti” mai denunciati apertamente.

Trieste, da anni porta d’ingresso della rotta balcanica, si ritrova oggi con un sistema paralizzato. Le associazioni chiedono che vengano rispettati i diritti fondamentali e che si ponga fine a prassi arbitrarie che bloccano ogni tentativo di accoglienza. Intanto, nei magazzini del porto, centinaia di persone continuano a vivere come fantasmi, prigionieri dell’attesa: senza un letto, senza un luogo sicuro, senza la possibilità di far valere un diritto garantito dalla legge.