Dodici anni di carcere per Giovanni Castellucci. Pene anche per l’ex dirigente del Ministero Coletta e per i vertici di Aspi e Spea.
Genova – Ci sono ferite che il tempo non rimargina, e la data del 14 agosto 2018 è rimasta scolpita nella memoria di un’intera città come una cicatrice che ancora sanguina. A quasi otto anni da quel giorno maledetto, in cui alle 11.36 uno strallo corroso della pila 9 del Ponte Morandi cedette trascinando nel vuoto oltre duecento metri di strada e la vita di 43 persone, è arrivato il verdetto. Il Tribunale di Genova ha condannato a 12 anni di carcere Giovanni Castellucci, l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, l’uomo che per anni ha comandato la più grande rete autostradale del Paese e che i Pm indicavano come il principale responsabile della tragedia.
La sentenza di primo grado è stata letta poco dopo le 14 dal presidente del collegio Paolo Lepri, affiancato dai giudici Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori, davanti a un’aula gremita di familiari delle vittime, cronisti e telecamere arrivate da mezzo mondo. La Procura, rappresentata dai pm Walter Cotugno e Marco Airoldi, aveva chiesto per Castellucci la pena più alta: 18 anni e 6 mesi. I giudici lo hanno riconosciuto colpevole di crollo colposo e omicidio stradale.
Ma l’ex supermanager non era in aula ad ascoltare la sentenza. Castellucci si trova già rinchiuso nel carcere milanese di Opera, dove sta scontando una condanna definitiva a 6 anni per un’altra strage, quella del bus di Avellino del 2013, quando un pullman precipitò dal viadotto Acqualonga uccidendo 40 persone. Un uomo che nel corso del processo ha sempre respinto le accuse: “Mi sento responsabile ma non colpevole”, aveva detto, sostenendo di non poter controllare personalmente ogni ispezione in una struttura complessa come Aspi. Il crollo, per lui, è stato come “un tumore senza sintomi”.
La condanna, però, non si è fermata a lui. Sul banco degli imputati c’erano in tutto 57 persone, tra ex vertici, manager e tecnici di Autostrade per l’Italia e della controllata Spea, la società che avrebbe dovuto vigilare sullo stato del ponte. Undici anni sono stati inflitti a Michele Donferri Mitelli, ex responsabile delle manutenzioni; cinque anni e sei mesi a testa per Paolo Berti, ex numero due di Aspi, e per Antonino Galatà, ex ad di Spea. A pesare è anche la condanna a 5 anni per Mauro Coletta, l’ex direttore della vigilanza del Ministero delle Infrastrutture, l’uomo dello Stato che secondo l’accusa non fece i controlli dovuti. “Eravamo senza uomini”, si è difeso lui.
Il cuore dell’accusa è un atto pesantissimo: per anni, secondo i pm, i vertici di Aspi avrebbero attuato una politica sistematica di tagli alle manutenzioni per massimizzare profitti e dividendi da girare ai soci, mentre il Ministero chiudeva gli occhi. Un risparmio sulla pelle degli automobilisti. Il crollo, hanno concluso gli inquirenti, si sarebbe potuto evitare: se i controlli fossero stati fatti secondo le regole, avrebbero certificato l’insicurezza del ponte. Lo stesso progettista, l’ingegner Riccardo Morandi, aveva raccomandato una vigilanza costante sulla struttura.
Fuori e dentro l’aula, l’attesa dei parenti si è sciolta in un misto di sollievo e amarezza. “Dodici anni? Direi che per Castellucci va bene“, ha commentato a caldo Egle Possetti, presidente del Comitato Ricordo Vittime di Ponte Morandi, che nei mesi precedenti aveva chiesto con forza che emergesse anche la responsabilità dello Stato. Alla lettura ha voluto assistere di persona anche la sindaca di Genova Silvia Salis, arrivata a palazzo di giustizia per stringere la mano ai familiari.
Un processo epocale, durato quattro anni e 284 udienze, con oltre 12 terabyte di documenti e centinaia di testimoni. Alla vigilia della sentenza l’attuale ad di Aspi, Arrigo Giana, aveva pubblicato una lettera di scuse “ai familiari delle vittime, ai genovesi e a tutti gli italiani”. Ma per il Comitato quelle parole “andavano fatte a suo tempo”. Ora la palla passa ai giudici che entro sei mesi depositeranno le motivazioni, mentre resta il primo, netto punto fermo scolpito da questa sentenza: quel crollo era evitabile, e chi ha sbagliato è stato condannato.