In 14 anni nei Paesi occidentali sono state pronunciate, in media, 338 parole quotidiane in meno, pari a 120 mila scomparse in un anno.
Pare che oggi si usino meno parole nelle interazioni umane. Mentre una volta, quando si andava in giro per la città per commissioni o cazzeggio puro, era naturale, spontaneo scambiare le fatidiche “4 chiacchiere” su qualsiasi banalità del quotidiano: il meteo, le vacanze, il calcio, paese di origine e così via. Quando si andava al solito bar, l’uomo dietro il bancone assurgeva a ruolo di interlocutore e, quasi, confidente, privilegiato o dal barbiere che era fonte di gossip a go-go sul circondario.
Di questi tempi, al contrario, le parole si stanno volatizzando. Secondo un’indagine a cura delle Università del Missouri e Arizona (USA), apparsa su “Perspectives on Psychological Science”, una prestigiosa rivista scientifica di psicologia, dal 2005 al 2019 nei Paesi occidentali sono state pronunciate, in media, 338 parole quotidiane in meno, pari a 120 mila scomparse in un anno.
E’ come se una mano invisibile avesse cancellato, ex abrupto, una pagina di un libro, piccoli brandelli di vita, spazzati via perché inservibili. Si sono annullati gli scambi di parole impreviste, casuali, quelle che si chiedevano per strada ad uno sconosciuto per informazioni, tanto per intenderci. Non servono più, perché c’è un’applicazione a disposizione per qualsiasi evenienza.
Finanche la colazione si può ordinare on line, paghi col telefono e via. Tutto questo per risparmiare tempo, ma si risparmiano anche parole e si fa morire una parte di vitalità quotidiana. Quando si viaggiava in treno o bus, spesso, si faceva conversazione col vicino di posto. Oggi impossibile farlo perché tutti hanno le cuffie nelle orecchie e il cellulare in mano, persi in quello che ascoltano, quasi con occhi spiritati, senza essere consapevoli in quale contesto stiano.
Quello che si perde, insomma, è il contatto umano, qualunque esso sia. Per non parlare della “pausa caffè” in ufficio. Da quando si lavora in maniera ibrida (un modello organizzativo che combina il lavoro in sede e da remoto) cancellata anche questa abitudine. E così si accumulano i momenti in cui le parole non vengono utilizzate, perché sparite e non riappariranno più. Quando poi si desidera parlare con qualcuno, seppure per telefono, si invia un messaggio per farlo, perché se non si avverte il potenziale interlocutore ci si comporta da villani.

La risposta è una voce registrata che tronca sul nascere qualsiasi forma di relazione. Si abortisce la relazione estemporanea in cui, molto spesso, le parole sono spontanee ed uniche, che fuoriescono di getto. Anche quando si va dal medico, quando si riesce a fissare un appuntamento, le sue parole sono scarne con lo sguardo fisso sul computer e sul fascicolo sanitario in cui c’è tutta la storia clinica del paziente.
In molti casi, poi, col medico si comunica con Whatsapp per farsi prescrivere farmaci o visite specialistiche. Il contatto che una volta c’era col medico di famiglia attraverso il quale ci si guardava negli occhi e ci si confidava, ricevendo in cambio un po’ di sollievo, non c’è più. Annullato anche questo. Tutte queste parole scomparse, proprio grazie alla causalità, coltivavano e accrescevano i cosiddetti “rapporti informali”.
Ora che la scienza ha sancito la perdita di 338 parole al giorno, bisogna interrogarsi sugli effetti a lungo termine che una limitazione del linguaggio può provocare alle relazioni umane. In una società in cui il modello tecnologico imposto dall’alto ci illude di avere a disposizione tutte le comodità possibili e immaginabili (basta avere un cellulare in mano) ma al contempo ci depriva di esprimersi a voce.
Insomma verrebbe meno la facoltà cognitiva e innata di comunicare pensieri ed emozioni.