L’indagato avrebbe imposto ai lavoratori turni massacranti da oltre 16 ore, pagandoli pochi centesimi per ogni articolo prodotto.
Prato – L’attività investigativa delle Fiamme Gialle ha consentito di fare emergere specifiche e obiettive esigenze alla conoscenza delle attività criminali perpetrate sul territorio pratese, concretizzatesi nelle condotte di sfruttamento lavorativo e di assunzione di manodopera priva di permesso di soggiorno, da parte di imprenditori cinesi.
Attività che costituisce veicolo per l’indebito arricchimento e per l’abbattimento dei costi ai fini della massimizzazione dei guadagni illeciti.
L’emissione di una misura cautelare personale, nei confronti di un imprenditore cinese, originario della provincia costiera della Cina settentrionale dell’Hebei, residente a Prato, preceduta da interrogatorio preventivo. A seguito di richiesta di quest’ufficio, il Giudice per le Indagini Preliminari di Prato ha applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari, con applicazione del braccialetto elettronico per i delitti di intermediazione illecita, di sfruttamento del lavoro e di impiego di manodopera clandestina.
Emessa la misura cautelare citata da parte del Giudice, sono iniziate le sue ricerche rivelatesi infruttuose per alcuni giorni e nella serata di ieri l’indagato si è presentato all’autorità. I delitti di intermediazione illecita e di sfruttamento lavorativo, nonostante la loro gravità, non rientrano nel novero delle eccezioni che consentono di derogare all’obbligo dell’interrogatorio preventivo. L’imprenditore, inoltre, risulta essere stato in passato oggetto di indagine per analoghe fattispecie di reato in relazione alle quali aveva patteggiato una condanna divenuta definitiva, vicenda che sin da allora aveva messo in evidenza non solo la sua spregiudicatezza imprenditoriale, ma anche il suo tratto violento, atteso che quelle investigazioni avevano avuto origine dalla denuncia di una lavoratrice cinese che era stata vittima di aggressione da parte sua solo per aver chiesto una giusta retribuzione.
Similmente, nel procedimento che ha portato ai domiciliari con braccialetto elettronico, è stata la richiesta di aiuto di due lavoratrici cinesi dipendenti a fornire l’input che ha consentito di delineare il sistema di sfruttamento attuato dall’indagato tratto in arresto, il quale, senza mostrare alcuna resipiscenza, ha perfezionato una metodica comportamentale di mimetizzazione che gli ha consentito di operare tramite prestanome in tre imprese individuali, che producono capi di abbigliamento, su commissione di aziende di pronto moda su scala internazionale.
Le imprese gestite dall’imprenditore in questione si caratterizzano per l’esistenza di un rilevante flusso di rapporti commerciali con diversi committenti, fra i quali, alcuni brand italiani del mondo della moda. Le indagini, attuate nell’arco di oltre un anno, hanno consentito di rilevare le condizioni lavorative di venti operai cinesi, per lo più irregolari, giunti in Italia attraverso circuiti di immigrazione clandestini, impiegati in turni di lavoro massacranti, con picchi di sedici ore giornaliere, sette giorni su sette, senza alcuna forma di tutela previdenziale e assicurativa, alloggiati all’interno di due dormitori funzionali all’attività d’impresa, ubicati a pochi decine di metri di distanza dai siti di produzione. I lavoratori, tutti in stato di bisogno, a più riprese, venivano anche rinchiusi nelle fabbriche per impedire il loro allontanamento, accrescere la loro produttività e 2 neutralizzare interventi da parte delle forze di polizia, determinando una condizione di grave rischio per la loro stessa incolumità, posto che, in caso di incendio o di grave pericolo, non avrebbero avuto alcuno scampo.
La quantificazione delle retribuzioni, stante l’assoluta reticenza dimostrata dalle stesse vittime, è stata resa possibile grazie alla ricostruzione ottenuta dall’analisi dei quaderni del cottimo, che ha evidenziato salari parametrati su pochi centesimi di euro per ogni articolo prodotto, restituendo salari complessivi ben al di sotto rispetto agli importi previsti dai contratti collettivi nazionali. Questo è quanto emerso dai circa cento giorni di monitoraggio costante dei siti produttivi da parte degli investigatori, nonché dagli sforzi intercettivi effettuati per lungo tempo, che hanno consentito di delineare il circuito economico ruotante attorno al poliedrico imprenditore, il quale ha ottenuto profitti ingenti dall’attività esperita, senza far fronte agli obblighi tributari.
Una delle imprese gestite dal destinatario della misura è stata, infatti, oggetto, nel corso delle investigazioni, di attenzione da parte dell’Agenzia delle Entrate per gravi irregolarità, consistite nell’omessa presentazione di tutte le dichiarazioni periodiche IVA e per mancanza di versamento di tributi e ritenute, nonché per emissione di fatture per importi esorbitanti, nonostante l’assenza di dipendenti formalmente assunti.
L’imprenditore di nazionalità cinese ha, inoltre, messo in atto speciali accorgimenti per evitare la propria individuazione, come accaduto durante un precedente controllo di polizia svolto all’interno di una delle ditte ricadenti sotto il suo controllo gestionale. In quel caso, infatti, come dimostrato dalle indagini, l’impiego di prestanome e l’omertà dei suoi dipendenti gli ha permesso di evitare l’arresto in flagranza di reato. L’ufficio della Procura di Prato si è avvalso del qualificato supporto investigativo del Gruppo Anti Sfruttamento dell’Asi Toscana Centro e dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Prato.