Numerosissime di queste pur di darsi una “ripulita” farebbero il diavolo a quattro e spesso inquinano più di altre oppure acquistano e lavorano prodotti tossici come la plastica.
Ma quale plastica green, è solo vendita di fumo. I temi ambientali attraggono i cittadini perché si è diffusa una forte consapevolezza. Almeno secondo uno studio dello scorso ottobre a cura di Ipsos, una delle principali società di ricerche di mercato e sondaggi d’opinione al mondo, con sede a Parigi e presente in oltre 90 paesi. Secondo il 64% degli intervistati le aziende dovrebbero essere più orientate verso la sostenibilità ambientale e quasi il 50% ha deciso di non acquistare prodotti di aziende poco etiche.
E’ pur vero che il 15% delle imprese ha un approccio ecologico fondamentale per prodotti e processi. Ma non basta perché il nervo scoperto è la plastica della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Ormai sono noti i suoi effetti nocivi su esseri viventi e ambiente. Le aziende per salvare il salvabile hanno inventato gli imballaggi ecosostenibili che, di fatto, non esistono. Cioè vendono fumo, un’espressione idiomatica italiana che implica un inganno.
Il fenomeno è diffuso in tutta Europa, anche per il continuo sollecito delle industrie fossili. Si pensa, infatti, di legalizzare una modalità di certificazione della plastica come sostenibile pur sapendo che non lo è affatto. I consumatori hanno denunciato le aziende ingannatrici di greenwashing. Ossia una strategia di marketing ingannevole in cui imprese, istituzioni o organizzazioni costruiscono un’immagine falsamente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale.
Obiettivo è distogliere l’attenzione dagli effetti inquinanti delle loro attività, manipolando i consumatori e sfruttando la crescente domanda di sostenibilità per ottenere profitti. Secondo un’indagine dell’Università di Aquisgrana, Germania, le aziende manipolano i dati solo per ottenere il bollino verde.
La causa di quest’atteggiamento proditorio è sempre la stessa, almeno da quanto è nato il capitalismo: il profitto ad ogni costo. Visto che il consumo di carburante per i trasporti è in fase calante, anche per gli aumenti dei prezzi a causa della guerra in Iran, i predatori si sono lanciati sulla plastica, l’ultimo avamposto di arricchimento per le compagnie fossili.

Dimenticando che per quanto leggera e versatile, contribuisce al 3,7% delle emissioni globali di gas serra e inquina gravemente mari e suolo con microplastiche. Solo una piccola percentuale (circa il 5-10%) viene effettivamente riciclata, mentre il resto spesso finisce in discarica o incenerito. La produzione di plastica deriva principalmente dal petrolio, contribuendo al cambiamento climatico durante il suo intero ciclo di vita. La plastica non si degrada facilmente, frammentandosi invece in microplastiche.
Le alternative più sostenibili sono materiali come vetro, acciaio e alternative compostabili (luffa, fibra di cocco), considerate opzioni più ecologiche. La sostenibilità dipende da una gestione drastica della sua riduzione, riutilizzo e corretto riciclo, piuttosto che da una sua presunta natura ecologica. E, soprattutto, non vendendo fumo. I nativi americani, i Pellerossa, definivano chi lo faceva come persona dalla “lingua biforcuta”, ovvero falsa, bugiarda, ipocrita o traditrice.
Il fumo va bene per i segnali, l’antico sistema di comunicazione visiva a distanza, usato storicamente dai pellerossa Aborigeni per avvertire di pericoli, come l’avvicinamento del nemico. Per il resto, meglio stendere un velo pietoso!