Molestie e abusi nelle Università italiane: un fenomeno sempre più allarmante

Un report della CRUI rivela 243 segnalazioni di violenze di genere nelle Università italiane in pochi mesi. Un problema diffuso che richiede azioni concrete.

Gli atenei italiani luoghi di molestie e abusi. La violenza sulle donne è una ignominia molto diffusa, ahinoi, nelle società, sin dalla notte dei tempi. Nel corso dei secoli ha assunto diverse forme, esprimendo tutte lo stesso principio di prevaricazione, potere e sottomissione. Nemmeno le Università italiane sfuggono a questa tendenza. Eppure esse sono definite come luoghi dediti all’istruzione di livello superiore, nonché, di promuovere la ricerca e il progresso scientifico.

Il 4 marzo è stato presentato un report, curato dalla Conferenza dei Rettori delle Università italiane (CRUI), sui casi di violenze di genere, molestie e abusi nelle Università italiana. La CRUI è l’associazione delle Università italiane statali e non statali riconosciute. Ricopre un riconosciuto ruolo istituzionale e di rappresentanza e la capacità di influire sullo sviluppo del sistema universitario attraverso un’intensa attività di studio e di sperimentazione. Da marzo a novembre del 2024 sono state riscontrate 243 segnalazioni: mediamente 30 al mese, cioè praticamente una al giorno.

Anche gli atenei italiani sono diventati luoghi di molestie e abusi.

All’indagine hanno partecipato 80 delle 85 università italiane aderenti alla CRUI. Alcuni atenei si sono dotati di centri antiviolenza, altri di ascolto e di assistenza psicologica. Più del 50% sono state segnalazioni di molestie sessuali, la maggior parte delle quali sono state effettuate da studenti. I responsabili sono stati individuati anche in docenti e ricercatori in maniera trasversale.

E’ un primo passo ma non basta, almeno così sostiene il Consiglio Nazionale studenti universitari (CNSU), un organo consultivo del Ministero dell’università e della ricerca italiano. Secondo il CNSU l’indagine andrebbe fatta, in maniera più accurata e approfondita, in cui venissero specificate le condizioni delle studentesse e gli effetti che ha la violenza di genere nel loro sviluppo umano e professionale. Secondo i dati diffusi dalla CRUI, ¼ delle Università pubbliche sono provviste di centri antiviolenza, di cui il 55,6% al Centro e il 22,2% al Nord e al Sud.

Le denunce sono spesso riferite a casi di stalking, molestie psicologiche, molestie fisiche, mobbing e la cyberviolenza.

Negli altri atenei la questione violenza di genere è gestita da sportelli di ascolto e di consulenza che si interessano anche d’altro. Le denunce erano riferite a casi di stalking, molestie psicologiche, molestie fisiche, mobbing e la cyberviolenza. C’è da segnalare che le denunce sono state più numerose al Nord e al Centro, mentre il 60% degli atenei meridionali ha dichiarato di non aver ricevuto alcuna segnalazione. Il Sud più virtuoso, quindi? Potrebbe anche essere, ma è molto più probabile che il dato possa essere spiegato dalla ridotta o nulla presenza di centri antiviolenza o di ascolto o, forse, dalla maggiore omertà e paura della denuncia.

L’origine dell’interesse verso la violenza di genere in ambito universitario è nato dopo l’efferato femminicidio di Giulia Cecchettin avvenuto l’11 novembre 2023 a Fossò in provincia di Venezia e vicino Padova. L’uccisione della studentessa di 22 anni da parte del suo ex fidanzato Filippo Turetta suscitò notevole indignazione, generando manifestazioni pubbliche e stimolando un vasto dibattito sul tema. Le Università, come qualsiasi altro luogo di lavoro, sono spazi in cui il dominio maschile si presenta con molte facce. A volte in maniera diretta e brutale ed altre subdolamente e con seduzione, ma lo scopo è sempre quello: la prevaricazione e l’esercizio del potere. E’ ora di dire basta in nome dei principi basilari della civiltà umana!

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