Un tempo ce n’erano di belle e utili per i cittadini specie d’estate ma ai giorni nostri sembrano sparite. Con il risultato che l’afa rende invivibile la città.
Il caldo eccessivo di questo periodo con ondate di calore estremo sta provocando una serie di disagi alla cittadinanza, soprattutto alla popolazione anziana già vittima di varie patologie dovute all’età. Milano, sempre più spesso, è avvolta da una cappa di afa con caldo umido e opprimente.
L’elevata percentuale di vapore acqueo nell’aria impedisce al sudore di evaporare, rendendo la pelle costantemente appiccicosa, ostacolando il naturale raffreddamento corporeo e facendo percepire la temperatura molto più alta di quella reale. Le forze fisiche vengono meno, ci sente spossati e si è alla continua ricerca di luoghi refrigerati.
I centri commerciali sono molto frequentati specie in queste settimane per la presenza dell’aria condizionata. Una volta a Milano c’erano numerose piscine pubbliche che secondo la normativa sono complessi attrezzati per la balneazione (ricreativa, sportiva o terapeutica) destinati all’uso collettivo.
In base all’Accordo Stato-Regioni si suddividono in tre categorie principali: Piscine di tipo A1 (Comunali) di proprietà pubblica o privata ad accesso indifferenziato per il pubblico, solitamente a pagamento; Piscine di tipo A2 (uso collettivo), strutture private accessibili solo a categorie specifiche di persone, come clienti di hotel, campeggi, agriturismi, centri benessere, soci di circoli o ospiti di convitti e collegi; Piscine di tipo A3: parchi acquatici o strutture destinate principalmente al gioco e alle attività ludiche; infine le piscine condominiali (tipo B) riservate esclusivamente ai residenti, e quelle curative (tipo C) per uso riabilitativo.
In una città come Milano hanno rappresentato dei veri e propri rifugi climatici e servizi essenziali. Ma proprio nella stagione del caldo torrido sarebbero state importanti per dare conforto e frescura a tanti cittadini spossati dal caldo. Invece sono letteralmente scomparse dal territorio. Eppure un tempo non molto lontano la città meneghina era dotata di piscine tra le più attraenti d’Italia.

Basti ricordare quella del Campus della Bocconi, del Ventennio, e le più innovative costruite negli ’50 e ’60. Queste costruzioni hanno avuto un grande valore simbolico se consideriamo che la peculiarità di Milano è di non avere sbocchi a mare, di non essere dotata di un fiume né di zone balneabili. Sono forniti, però, degli affascinanti Navigli, un sistema di canali artificiali un tempo navigabili e utilizzati per l’irrigazione, il trasporto merci e il commercio.
Le piscine milanesi non sono state solo strutture per praticare sport ma sedi di servizi di base per il quartiere, luoghi di socializzazione e nelle estati più roventi una vera àncora di salvezza. Ma la gran parte degli impianti sono inutilizzabili, alcuni perché trasformati in cantieri, altre per ristrutturazioni di vario genere. E come restare senza benzina perché non ci sono stazioni di servizio nei paraggi.
Inoltre, aspetto non trascurabile, alcune di quelle rintracciabili hanno dei costi che non sono accessibili a tutti. Per cercare refrigerio, si rischia di “farsi un bagno” in senso metaforico, nel senso di una spesa esagerata per le proprie risorse finanziarie. Pare che le cosiddette riqualificazioni non siano altro che trasformazioni da strutture pubblica a polisportive con centri benessere gestiti da privati.
Ecco svelato l’arcano! Se non si vuole parlare di scomparsa delle piscine nel capoluogo lombardo, ottimisticamente si può dire che la città sta vivendo una intricata fase di passaggio. Proprio nel momento in cui si ha più bisogno di frescura, ripararsi dal caldo eccessivo sta rischiando di trasformarsi in un privilegio per pochi, una sorta di lotta di classe del refrigerio!