Meloni frena sui “volenterosi”: sì agli sminatori ma solo a pace firmata

L’Italia prende le distanze da Francia e Germania sulla presenza militare in Ucraina. Duello con Macron sui tempi dell’intervento europeo.

Mentre i missili russi continuano a colpire Kiev, l’Italia sceglie la linea della prudenza sulla questione ucraina. Giorgia Meloni, dopo gli intensi bombardamenti notturni sulla capitale ucraina, ribadisce con fermezza chi “sta dalla parte della pace” e chi invece “non ha intenzione di credere nel percorso negoziale”, puntando il dito contro il Cremlino.

Ma è sul fronte della possibile presenza militare italiana che si consumano le tensioni maggiori. Durante il vertice di governo convocato dalla premier, emerge una posizione chiara: nessuna partecipazione italiana a un’eventuale forza multinazionale in territorio ucraino. L’esecutivo apre invece a “ipotesi di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini, solo una volta raggiunta la cessazione delle ostilità”.

La questione degli sminatori italiani, sollevata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani due giorni prima, viene ridimensionata. Il titolare della Farnesina chiarisce in conferenza stampa: “Non manderemo soldati italiani sul terreno”, ma conferma la disponibilità di “imprese private e civili, anche marittime” e “militari in grado di farlo” per eventuali future operazioni umanitarie.

Tajani

Il vero nodo politico si gioca però nel confronto con gli alleati europei. Da una parte Francia e Germania, supportate da Paesi baltici e scandinavi, premono per un’azione europea rapida e decisa. Dall’altra l’Italia, sostenuta più morbidamente dalla Gran Bretagna, insiste sulla necessità di una “copertura” americana prima di qualsiasi mossa.

La strategia italiana poggia su un calcolo geopolitico preciso: il rischio che un eccessivo attivismo continentale consenta agli Stati Uniti di sfilarsi, “lasciando gli europei a fronteggiare Putin in un’escalation”. Per Roma, senza il sostegno americano, “la guerra è già persa”.

I numeri rendono plasticamente la complessità dell’operazione: per monitorare efficacemente l’intero confine tra Ucraina, Russia e Bielorussia servirebbero fino a 500mila uomini, dei quali 60mila italiani. Dimensioni e costi che l’esecutivo giudica “insostenibili”.

Per l’Eliseo, invece, resta prioritario “battere un colpo per non finire stritolati nella tenaglia Putin-Trump”. Una divergenza che alimenta un nuovo duello tra Roma e Parigi, complicato anche dalle dinamiche interne italiane e dalla concorrenza di Matteo Salvini.

Emmanuel Macron

Mentre Tajani sottolinea che eventuali operazioni italiane sarebbero “umanitarie” e “non hanno nulla a che vedere con la presenza militare come la intendono alcuni dei volenterosi”, Meloni punta tutto sulle “robuste e credibili garanzie di sicurezza per l’Ucraina, da elaborare insieme a Stati Uniti e partner europei”.

Una strategia del temporeggiamento che permetterà all’Italia di non esporsi eccessivamente ma che rischia di aumentare le frizioni con i partner più interventisti dell’Unione Europea.

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