Meglio il cannone che un avvenire green

La corsa agli armamenti è un freno alla lotta contro il cambiamento climatico. Le grandi nazioni sono concentrate a immagazzinare minerali essenziali da utilizzare per tecnologie militari.

Gli effetti nefasti della guerra: si utilizzano, persino, i minerali verdi. Sarà perché la vita presenta sempre due facce della stessa medaglia, una in un modo, l’altra nel suo contrario. Oppure perché vige il Terzo Principio della Dinamica, secondo cui ad ogni azione o forza ne corrisponde una di pari intensità e direzione opposta. E’ il caso delle numerose guerre in corso.

Oltre a provocare morte e distruzione, causano effetti subdoli ma non meno dannosi. Gli armamenti vengono costruiti utilizzando minerali che sarebbero utili per la lotta al cambiamento climatico. Come si fa a non capire che si tratta di uno stravolgimento dello status quo che non farà sconti a nessuno, ricchi o poveri che siano?

Uno studio curato dal Transition Security Project, un’organizzazione di ricerca e analisi che indaga i complessi militari-industriali di USA e Regno Unito, analizzandoli come minacce economiche, climatiche e geopolitiche, proponendo alternative di sicurezza più sostenibili e lavorando con sindacati e movimenti per promuovere la conversione industriale e la sicurezza universale, ha evidenziato come la corsa agli armamenti sia un freno alla lotta del cambiamento climatico.

Ormai le grandi nazioni sono concentrate a immagazzinare minerali essenziali da utilizzare per tecnologie militari. Ecco l’altra faccia della medaglia, contraria alla prima: i minerali sottratti avrebbero potuto essere utilizzati per costruire batterie di accumulo, pannelli solari, veicoli elettrici e turbine eoliche. Addirittura è stata emanata una legge ad hoc dal governo statunitense, investendo miliardi di dollari per soddisfare le esigenze del “complesso militare-industriale”.

Non si tratta di cifre di poco conto, ma di 1000 miliardi di dollari che, secondo il rapporto, dovrebbero garantire il dominio militare globale degli USA. Investimenti che vengono allontanati dalla vera minaccia dell’umanità, ossia la crisi climatica. Stando ai dati diffusi la spesa militare è cresciuta notevolmente in tutto l’Occidente, in Russia e in Cina, mentre le risorse finanziarie sulla questione del clima si stanno riducendo. Un cambiamento di rotta politica che conferma il disinteresse verso l’ambiente, in quanto i Paesi sembrano vittime di una sorta di “febbre” per accaparrarsi i minerali essenziali solo per uso bellico.

Il Pentagono, il quartier generale del Dipartimento della Difesa degli USA, mira ad ammassare circa 7500 tonnellate di cobalto per produrre 80,2 GWh di energia (l’unità di misura dell’energia, che indica la quantità di energia prodotta o consumata) pari al doppio di quella che c’è nel Paese e una potenza idonea a produrre 100 mila autobus elettrici. Tra gli altri minerali utilizzati ci sono il litio, grafite e terre rare.

Lo sfruttamento dei minerali e dei lavoratori “schiavi” ai fini bellici

Quest’ultime hanno suscitato l’interesse degli USA, che hanno firmato un accordo strategico con l’Ucraina per accedere alle sue vaste riserve di minerali in cambio di supporto economico e investimenti per la ricostruzione, creando un fondo gestito congiuntamente per sfruttare queste risorse vitali e ridurre la dipendenza dalla Cina. Ma molte riserve si trovano in zone occupate dalla Russia, complicando l’attuazione e suscitando tensioni geopolitiche.

Si tratta di minerali utilizzabili per veicoli elettrici, sistemi di stoccaggio e energie rinnovabili per passare ad un sistema energetico a basse emissioni, basato su fonti rinnovabili come solare, eolico e idroelettrico. Ed invece, perpetrando le stesse azioni dannose, si è riusciti a trasformarle in atti perpetui.

Continuiamo così, facciamoci del male” disse Nanni Moretti nel film “Bianca” del 1984…