Da quel pomeriggio del 1977, la storia del bambino di Racale è diventata un filo teso tra passato e presente, in un intreccio di paure, piste che si dissolvono e altre che riemergono.
Racale – A quasi cinquant’anni dalla scomparsa, il caso di Mauro Romano resta uno dei gialli irrisolti più a lungo indagati della cronaca italiana. Il bambino, sei anni all’epoca dei fatti, sparì da Racale, comune del basso Salento, il pomeriggio del 21 giugno 1977, mentre i genitori erano fuori città per un funerale e lui era stato affidato ai nonni insieme al fratello maggiore. Da quel giorno, nessuna traccia certa: solo piste, sospetti e testimonianze contraddittorie accumulate in decenni di indagini aperte, richiuse e riaperte, in quella che è stata definita una delle sparizioni di minori più lunghe mai registrate.
Il nome più a lungo associato al rapimento è quello di un uomo vicino alla famiglia, un barbiere del paese che il piccolo chiamava confidenzialmente “zio”. Secondo la ricostruzione della Procura di Lecce, l’uomo avrebbe prelevato Mauro con un motocarro mentre giocava in un cortile del paese, portandolo in una zona di campagna vicino a Taviano, dove aveva una seconda abitazione estiva. Lì, non nutrendo alcun sospetto verso una persona che conosceva bene, il bambino avrebbe giocato per un po’ con il figlio dell’uomo, prima che due individui mai identificati arrivassero a prelevarlo definitivamente. L’indagine su questa pista, riaperta nel 2010 su esposto dei genitori dopo anni di silenzio legato all’appartenenza della famiglia ai Testimoni di Geova, che secondo quanto raccontato dagli stessi coniugi Romano li aveva frenati dal denunciare un correligionario, si è arenata più volte: il reato di sequestro di persona, semplice e non finalizzato all’estorsione, è caduto in prescrizione con il passare dei decenni, mentre l’ipotesi di omicidio non ha mai trovato riscontri concreti, in assenza di un corpo.
Ad alimentare per anni i sospetti sull’uomo è stato un episodio parallelo: pochi mesi dopo la scomparsa del piccolo Mauro, un conoscente della famiglia aveva tentato di estorcere ai genitori 30 milioni di lire, sostenendo di sapere dove fosse detenuto il bambino, che – a suo dire – si trovava in un’area rurale della zona. Quell’uomo fu poi condannato per il tentativo di estorsione e, decenni più tardi, sarebbe stato indagato e arrestato per reati di violenza sessuale su minori, in un procedimento del tutto slegato dal caso Romano ma che ha continuato ad affiancarne la cronaca.

Un contributo indiretto alle indagini è arrivato anche dal mondo del crimine organizzato. Un detenuto nel carcere di Opera, cognato di un boss della Sacra Corona Unita, originario proprio di Racale, ha scritto a Bianca Colaianni, la madre di Mauro, sostenendo di conoscere chi quel pomeriggio del 21 giugno portò via il bambino, riferendo di aver raccolto la confidenza durante la detenzione condivisa con il cognato. Anche questo elemento è confluito nel fascicolo, senza però che la pista sfociasse in un’incriminazione ulteriore.
Nel 2021 il Gip ha accolto la richiesta della Procura e ha disposto l’archiviazione definitiva della posizione dell’unico indagato per sequestro di persona. Nelle motivazioni, il giudice ha scritto che, pur essendo probabile che Mauro sia stato ucciso dopo il rapimento, mancano elementi che lo confermino e non si possono escludere ricostruzioni alternative sulla sua sorte. Una chiusura che, sul piano processuale, ha di fatto congelato il caso senza risolverlo, lasciando aperti gli interrogativi di sempre.
Tra le piste più discusse dell’ultimo decennio figura quella che ha portato il nome di Mauro a intrecciarsi con quello di un facoltoso imprenditore degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed Al Habtoor, figlio di un noto magnate. Tutto nasce nel 1999, quando una rivista pubblica una fotografia dell’uomo. Quell’immagine colpisce la zia materna del bambino scomparso; la donna, per non turbare la sorella, non ne parla subito, ma una foto simile arriva comunque anni dopo sotto gli occhi di Bianca Colaianni, che vi riconosce i tratti del figlio, oltre a due cicatrici, una sull’attaccatura del sopracciglio e una sul dorso della mano destra, procurata con un ferro da stiro. Nel 2007 la famiglia riesce a contattare Al Habtoor, prima con lettere e poi con una telefonata mediata da un interprete, arrivando a fissare incontri a Roma e a Dubai ai quali l’uomo, secondo quanto riferito dai Romano, non si sarebbe mai presentato. La famiglia Al Habtoor ha sempre respinto ogni collegamento, sostenendo la piena continuità anagrafica e fotografica del proprio congiunto fin dalla prima infanzia e non ha mai acconsentito a un test del Dna, più volte richiesto dai coniugi Romano anche tramite le autorità consolari italiane.

Nonostante l’archiviazione giudiziaria, i genitori di Mauro non hanno mai smesso di sostenere di avere raggiunto una propria verità sui fatti, distinta da quella accertata nei tribunali. Il loro legale, l’avvocato Antonio La Scala, ha più volte chiarito che la famiglia non ha mai presentato denunce per omicidio né per occultamento di cadavere, ritenendo che la scomparsa del bambino abbia avuto un esito diverso da quello ipotizzato nelle indagini, pur senza fornire pubblicamente una versione alternativa dettagliata. A complicare ulteriormente la vicenda fu, nel 2015, un furto nell’abitazione dei genitori in cui venne sottratta, insieme ad alcuni oggetti di valore, anche la copia del fascicolo d’indagine custodita in casa, un episodio che la famiglia ha sempre considerato tutt’altro che casuale.
Quello di Mauro Romano resta, a quasi mezzo secolo di distanza, uno dei casi di scomparsa più lunghi e complessi mai registrati in Italia.