L’ultima notte di Maria Monteduro

La storia della dottoressa uccisa da un paziente: il corpo ritrovato in campagna, l’assassino arrestato in Kazakistan e un figlio cresciuto senza sua madre.

Lecce – È la notte il 24 e il 25 aprile 1999 nel basso Salento e Maria Monteduro sta per concludere il suo turno alla guardia medica di Castrignano del Capo. Ha quarant’anni, è medico e siede anche in giunta a Gagliano del Capo come assessore ai servizi sociali. A casa, a pochi chilometri di distanza, il marito Giuseppe Greco veglia il figlio Daniele, appena sei mesi, in attesa che lei rientri dopo l’ultimo giro di visite.

Quella notte bussa all’ambulatorio Giovanni Pucci, elettricista di Castrignano del Capo con una dipendenza da droghe alle spalle. Racconta di essere stato picchiato da alcuni spacciatori e chiede aiuto. Maria lo ascolta, si impietosisce e decide di riaccompagnarlo a casa in auto. È durante il tragitto che qualcosa si rompe: alcune parole di rimprovero della donna scatenano in Pucci una rabbia incontrollabile. Il corpo di Maria viene trovato la mattina seguente in aperta campagna, tra Gagliano del Capo e la marina di San Gregorio, colpito a morte con un punteruolo.

La notizia corre lungo tutta la penisola salentina e oltre, riempiendo per settimane le pagine di cronaca. Le indagini, però, non sono immediate: gli investigatori impiegano tempo a ricostruire i movimenti dell’ultima notte della dottoressa e a risalire a un colpevole che, nel frattempo, si è allontanato dall’Italia. Pucci viene infine rintracciato e arrestato ad Almaty, in Kazakistan. Il processo si chiude con una condanna all’ergastolo, confermata in appello, ma anni dopo la Corte di Cassazione ridefinisce la pena: trent’anni di reclusione, non il carcere a vita, aprendo la strada a benefici come la semilibertà.

Il carcere non restituisce a Pucci una vita normale. Durante un permesso premio si sposa, prova a ricostruire un’esistenza accanto alla giovane moglie, torna persino a lavorare come elettricista nei periodi di libertà concessa. Ma nel luglio del 2014, mentre sconta la pena nel penitenziario Due Palazzi di Padova, si toglie la vita impiccandosi in cella, lasciando una lettera indirizzata alla moglie.

A Gagliano del Capo, intanto, il ricordo di Maria non si spegne. Il paese le dedica un busto in marmo e ogni 25 aprile l’Ordine dei Medici della provincia di Lecce la commemora insieme alle istituzioni locali, richiamando l’attenzione sul rischio che medici e infermieri corrono ancora oggi nei turni di guardia, nei pronto soccorso, nei presidi di continuità assistenziale. Il marito Giuseppe, che all’epoca del delitto lavorava come infermiere professionale, guida un’associazione intitolata alla moglie e promuove insieme a un osservatorio locale un premio annuale in sua memoria.

Daniele, il figlio che quella notte aveva appena tre mesi, cresce senza aver mai conosciuto sua madre se non attraverso i racconti di chi l’ha amata. Si laurea in economia a Perugia, prosegue gli studi a Roma e oggi lavora nel settore finanziario in Lussemburgo.

“L’ultimo ringraziamento va al mio angelo, la persona alla quale dedico questo traguardo, ma non solo. Dedico tutta la mia vita, tutto me stesso, ogni singolo respiro fatto in questi 25 anni”.

Daniele
Daniele Greco e sua madre

È la dedica con cui Daniele Greco ha reso omaggio alla madre nella sua tesi di Laurea.