A trentasei anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni, l’isolamento di una traccia genetica sconosciuta sul corpetto e sul reggiseno apre una speranza di svolta.
Roma – A trentasei anni di distanza dal drammatico massacro di via Poma, dove la venticinquenne Simonetta Cesaroni perse la vita colpita da ventinove coltellate negli uffici capitolini dell’Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, l’inchiesta giudiziaria si trova di fronte a una potenziale svolta.
Il rigetto della richiesta di archiviazione disposta dal giudice per le indagini preliminari ha dato il via a una revisione completa degli atti e degli oggetti repertati all’epoca del delitto, culminata con l’individuazione di un profilo genetico maschile rimasto finora privo di identità.
La traccia biologica non è stata estratta dalle macchie di sangue, bensì attraverso il prelievo di micro-tasselli di tessuto dal retro del corpetto e dalla coppa sinistra del reggiseno della vittima, in corrispondenza di aloni riconducibili a sudore, saliva o fluido seminale. Esclusa qualsiasi appartenenza al personale di polizia intervenuto sulla scena del crimine nelle prime fasi dei rilievi, il codice genetico risulta pienamente utilizzabile per le comparazioni.

Al contrario, gli accertamenti condotti sull’orologio della giovane, sulle macchie ematiche dell’ascensore, sul frammento della porta dell’ufficio e sui calzini si sono rivelati del tutto negativi o privi di elementi utili, mentre alcuni reperti chiave come le calzature della ragazza e l’apparecchio telefonico insanguinato risultano irreperibili o restituiti impropriamente nei decenni passati.
Parallelamente agli approfondimenti scientifici sui reperti, la famiglia Cesaroni, rappresentata dall’avvocata Federica Mondani e affiancata dal consulente e giornalista Igor Patruno, ha depositato in Procura un documento che censisce sessantanove persone mai ascoltate o approfondite adeguatamente durante i primi sviluppi investigativi del 1990.
Questo elenco comprende dipendenti degli ostelli con i rispettivi familiari, residenti del palazzo di via Poma e collaboratori degli studi professionali presenti nello stabile, tra cui gli assistenti di un avvocato che frequentavano quotidianamente l’edificio. La richiesta della sorella Paola, espressa anche nel libro d’inchiesta “In nome della verità”, è che il DNA isolato venga confrontato in maniera estensiva con tutti i soggetti citati negli atti dell’epoca, compresi i deceduti tramite il profilo dei consanguinei, per giungere finalmente a una ricostruzione storica e giudiziaria definitiva.