L’orco di Torre Chianca

Trentaquattro anni fa si consumava la barbarie sul piccolo Daniele Gravili, stuprato e ucciso a soli 3 anni.

Lecce – “La collaborazione che siamo riusciti ad avere con la gente nei delitti di mafia è superiore a quella che ci hanno dato per Daniele”. Con questa drammatica ammissione l’allora procuratore della Repubblica di Lecce, Cataldo Motta, sintetizzava l’ostacolo più invalicabile incontrato durante le indagini sull’omicidio di Daniele Gravili: non la mancanza di prove materiali, ma la reticenza diffusa e impenetrabile di un’intera comunità.

Una cortina di omertà che si è tramandata per ben 34 anni, fino a oggi, quando una donna che nel 1992 era soltanto una bambina di dieci anni ha deciso di rompere il silenzio, raccontando agli inquirenti di aver visto un’automobile bianca sfrecciare verso l’uscita della strada proprio nei pochissimi minuti che precedevano la disperata ricerca della madre del piccolo, porta per porta.

Accadeva tutto in un caldo sabato di metà settembre a Torre Chianca, marina della costa adriatica salentina, quando le case di vacanza stavano ormai per svuotarsi. Daniele Gravili, tre anni compiuti da poco, giocava nel vialetto recintato dell’abitazione estiva mentre i genitori, un’insegnante e un autista, preparavano le valigie per il rientro in città. Il cancello era chiuso e il bambino non avrebbe mai potuto aprirlo da solo, ma qualcuno agiva al posto suo, prelevando il piccolo e trascinandolo per circa trecento metri, tra le case ancora occupate dagli ultimi turisti, fino a raggiungere la battigia della spiaggia. In quel momento, lungo il litorale, si trovavano una ventina di persone, ma nessuna di esse avrebbe mai riferito di aver notato alcunché di sospetto o strano.

A scorgere il corpo del piccolo Daniele fu un ragazzo di dodici anni che passeggiava sulla sabbia e che scambiò inizialmente quella sagoma immobile per un pupazzo. Avvicinatosi e compresa la tragica realtà, il giovane correva a cercare aiuto, trovando il tempestivo intervento di un vigile del fuoco fuori servizio che tentava la respirazione bocca a bocca, accorgendosi che il piccolo respirava ancora, anche se con estrema fatica. Corsa disperata verso l’ospedale Vito Fazzi di Lecce, dove Daniele veniva ricoverato in rianimazione per poi spegnersi la sera stessa, poco prima delle 22.00, senza aver mai ripreso conoscenza. Lì emerse la terribile verità svelata dai rilievi medico-legali: non si era trattato di un annegamento, ma di una brutale aggressione sessuale, consumata soffocando le grida del bambino con la sabbia premuta sulla sua bocca fino a ostruirgli le vie respiratorie.

Le indagini avviate da Motta e dal vicequestore Massimo Gambino batterono ogni pista possibile, compreso l’esame del DNA prelevato dalle tracce biologiche lasciate dall’aggressore e confrontato con ben diciannove sospettati del posto, senza però mai ottenere il riscontro decisivo. Lungo il percorso tra la casa e il mare vennero persino ritrovate delle caramelle mou, usate dall’orco per adescare il piccolo senza fare rumore. A complicare il quadro c’è una fitta nebbia di contraddizioni e depistaggi. Il dodicenne che ha scoperto il corpo cade in errore ammettendo poi di essersi inventato la presenza di un presunto uomo dai capelli brizzolati per pura paura; soffiate anonime indicano residenti del posto che rivelano l’esistenza di percorsi interni ma risultano del tutto estranei grazie al test genetico; nel 1994, al Quotidiano di Lecce recapitano persino una missiva anonima composta con ritagli di giornale in cui un sedicente testimone ammette il rimorso per non aver parlato. Nonostante un’interrogazione parlamentare promossa dal senatore Giovanni Pellegrino per equiparare lo sforzo investigativo a casi mediatici nazionali, l’inchiesta finisce per incagliarsi e viene archiviata, lasciando il fascicolo tra i delitti insoluti.

Schiacciati dall’impossibilità di ottenere giustizia e da un silenzio di paese duro come il cemento, Silvana e Raffaele abbandonano la Puglia senza farvi mai più ritorno. Oggi resta soltanto il ricordo di un bambino costretto a una fine inenarrabile e di un orco che è riuscito a farla franca.