Lasciate cosi com’è El Pedocin

Il lido balneare ha rappresentato per oltre un secolo il simbolo dell’autenticità triestina e non si comprende perché non debba continuare ad esserlo.

Nell’immaginario collettivo, Trieste è considerata la “capitale mitteleuropea” d’Italia, un affascinante crocevia di culture, lingue e religioni. Viene percepita come una città sospesa tra passato asburgico e italianità, famosa per i suoi caffè letterari storici (come il Caffè San Marco o il Caffè degli Specchi), per il vento di Bora e per l’imponente Piazza Unità d’Italia affacciata sul mare. 

E’ vista come una “Vienna sul mare“, un avamposto di eleganza asburgica e culla della modernità letteraria. Accarezzata dalle onde marine, manifesta un’anima nostalgica e malinconica, orgogliosa delle proprie tradizioni e del proprio fascino decadente ma fiero. Nelle ultime settimane è balzata agli onori della cronaca nazionale per un antico Bagno popolare “Alla Lanterna”, risalente al periodo dell’impero austro-ungarico, dove fu eretto un muro per separare le donne dagli uomini.

I triestini lo chiamano “El Pedocin” (piccolo pidocchio). La leggenda narra che il luogo venisse utilizzato dall’esercito austriaco per “spidocchiarsi”, ma il nomignolo potrebbe derivare anche dalla folta presenza di persone appiccicate sulla spiaggia. Il muro fu eretto per impedire atti “contrari alla decenza” ma oggi è oggetto di forti diatribe. Pare che le donne di una certa età abbiano una forte predilezione per questo posto, perché lontano da occhi e orecchie indiscrete degli uomini, ideale per chiacchierare in libertà.

Uomini da un lato, donne dall’altro

Qualche volta capitano dei piccoli incidenti a causa di turisti non del luogo che ignari della tradizione pretendono di stare sulla stessa spiaggia uomini e donne, come d’altronde è consuetudine dappertutto. Ma la tradizione è tradizione e se si decide andare lì va rispettata! I contestatari diventano alfieri della parità dei sessi, apostrofando l’altra parte di atteggiamenti buzzurri e retrogradi.

Al di là di come la si possa pensare sull’argomento, c’è da segnalare che sono proprio i cittadini triestini a volere che tutto resti com’è. Già in passato è stato proposto di abbattere il muro per attrarre più gente e fare più soldi (il chiodo fisso è sempre quello). Ma una sorta di consultazione informale decretò che la gran parte dei cittadini e un numero notevole di donne voleva la conservazione dello status quo.

Dal punto di vista storico “El Pedocin”, sin dagli albori, è stato il lido delle classi meno abbienti, un enorme spazio senza servizio alcuno e, si racconta, che chi vi si recava doveva portarsi pure qualche chiodo da mettere al muro per appenderci gli indumenti. La divisione tra uomini e donne era prassi corrente un po’ dovunque in Europa ed era prevista dalla legislazione austro-ungarica. Un tema molto delicato, soggetto al mutamento delle regole etico-sociali del costume in continuo divenire.

Da questo punto di vista se sono mutate nel tempo, il muro si potrebbe anche abbattere. Tuttavia va rispettata la volontà di chi sceglie la tradizione e così sia. Il luogo, infatti, ha rappresentato per oltre un secolo il simbolo dell’autenticità triestina e non si comprende perché non debba continuare ad esserlo. Non poteva mancare la chiosa finale dell’autorità locale a difesa della storia, cultura e tradizione popolare triestina, al modico costo del biglietto di ingresso pari a 2 euro e 40 centesimi.

In linea di principio non si dovrebbe erigere nessun steccato di qualsiasi origine, religioso, culturale e etnico che sia, in quanto emblema di discriminazione tout court. Nel caso in questione se è stata un’imposizione in origine la volontà popolare ha voluto che il lido sia una parte integrante del patrimonio culturale della città e va lasciato così com’è.