La riforma dei medici di famiglia si arena ancora

Il progetto del Pnrr rischia di svuotarsi prima ancora di partire: vent’anni di resistenze, due miliardi investiti e un modello che non trova mai attuazione.

Le Case della Comunità avrebbero dovuto rappresentare la svolta della sanità territoriale italiana. Oltre mille le strutture finanziate con due miliardi del Pnrr, pensate per offrire ai cittadini un punto unico di accesso, aperto dalle otto alle venti, con continuità assistenziale notturna e la presenza coordinata di medici di famiglia, infermieri di comunità, pediatri e altre figure sanitarie. Un luogo dove poter effettuare esami di base come elettrocardiogrammi, ecografie e spirometrie senza dover ricorrere all’ospedale. Un modello che, sulla carta, avrebbe dovuto alleggerire i pronto soccorso e riportare la medicina di prossimità al centro del sistema.

Il nodo, però, è sempre lo stesso: i medici di famiglia non ci vogliono entrare. O almeno, non alle condizioni previste. La Fimmg, il principale sindacato della categoria, difende da anni l’autonomia del medico di medicina generale e il rapporto diretto con i pazienti, considerati elementi incompatibili con un’organizzazione più strutturata e con orari vincolati. È una posizione che ha attraversato governi di ogni colore e che ha già fatto deragliare più tentativi di riforma. Livia Turco ci aveva provato nel 2006, Renato Balduzzi nel 2012, senza riuscire a scalfire la resistenza della categoria.

Negli ultimi anni lo scontro si è ripetuto con la stessa dinamica. Nel 2022, a poche settimane dalle elezioni, il decreto dell’allora ministro Roberto Speranza che prevedeva 20 ore negli studi e 18 nelle Case della Comunità, con una quota dello stipendio legata ai risultati, è stato bloccato sul nascere. La Fimmg lo ha respinto, giudicandolo un attacco all’indipendenza professionale. Tre anni dopo, nel 2025, la storia si è ripetuta: la bozza elaborata dalle Regioni, che introduceva la dipendenza per i nuovi medici di medicina generale, è stata fermata prima ancora di arrivare al tavolo politico.

Il risultato è che le Case della Comunità rischiano di aprire senza la figura che dovrebbe esserne il perno. Le Regioni temono di ritrovarsi con strutture nuove ma prive dei professionisti necessari a farle funzionare. Il governo, dal canto suo, deve dimostrare a Bruxelles che gli obiettivi del Pnrr saranno raggiunti, mentre i cittadini continuano a confrontarsi con liste d’attesa lunghe, pronto soccorso sovraccarichi e una medicina territoriale che fatica a rispondere ai bisogni quotidiani.

La questione non è solo organizzativa, ma culturale. Il modello italiano della medicina di famiglia si fonda su una forte autonomia, su studi privati convenzionati e su un rapporto fiduciario che molti medici temono possa essere snaturato in un sistema più centralizzato. Dall’altra parte, chi sostiene la riforma ricorda che la popolazione invecchia, le cronicità aumentano e la sanità territoriale non può più reggersi su un’organizzazione pensata decenni fa.

Il confronto, per ora, si è arenato. Le Case della Comunità sono state progettate per cambiare il volto dell’assistenza, ma senza i medici di famiglia rischiano di diventare l’ennesima riforma incompiuta.