La misteriosa morte di Francesco Lo Coco, lo “scienziato gentile”

Il luminare ha dato un contributo fondamentale alla lotta contro la leucemia acuta promielocita con un protocollo senza chemioterapia.

Roma – La morte chiude un percorso ma non cancella. A volte cristallizza. Fissa e consegna nel tempo il valore di personaggi illustri, lasciando in eredità domande che non sempre trovano risposte.

Francesco Lo Coco è stato senz’altro una di quelle grandi figure che hanno dato lustro alla ricerca italiana. La sua scomparsa, giunta in circostanze tanto drammatiche quanto difficili da comprendere, ha lasciato dietro di sé un doloroso alone di mistero.

Noto ematologo e docente all’Università di Roma Tor Vergata, Lo Coco ha dato un contributo fondamentale alla lotta contro una malattia estremamente aggressiva, la leucemia acuta promielocitica, la LAP, adottando un protocollo privo di chemioterapia. La sua dipartita, il 3 marzo 2019, è arrivata in una giornata apparentemente come tante altre, durante la quale, secondo chi era con lui, aveva mostrato la consueta serenità ed equilibrio.

Poi, in una frazione di minuti, tutto è cambiato. Lo Coco si sarebbe tolto la vita.

Il condizionale è d’obbligo. Non è una formula di rito ma la conseguenza di una vicenda segnata da interrogativi ancora senza risposta. Il gesto estremo si è consumato in una fase di grande successo professionale, secondo quanto emerso dagli accertamenti investigativi, e senza problemi economici, familiari o di salute tali da fornire una spiegazione evidente alla decisione di farla finita.

Non sono stati trovati messaggi di addio, mentre la sua agenda era fitta di impegni già programmati, alcuni dei quali arrivavano fino al 2020.

Cosa è successo davvero? Come può una persona di tale spessore decidere di togliersi la vita improvvisamente?

A distanza di oltre sette anni da quel tragico 3 marzo risposte definitive non sembrano essere arrivate. Per chi lo conosceva, la sua morte rimane un mistero. Una vicenda che ha sconvolto familiari, amici e il mondo accademico.

Per comprendere il peso di questa perdita, però, bisogna tornare all’uomo prima ancora che allo scienziato.

Qualità umane e caratura professionale si erano fuse in lui in modo eccezionale, rendendolo una figura di straordinario valore. Un luminare capace di raggiungere risultati che hanno segnato la storia della cura di una malattia per lungo tempo considerata tra le più temibili in campo ematologico.

Nel corso della sua carriera Lo Coco ha ottenuto numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Tra questi, il Premio Di Guglielmo dell’Accademia Nazionale dei Lincei nel 1992, l’European Sapio Award nel 2014 e, nel 2016, il Premio FIRC “Guido Venosta”, consegnatogli al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per i suoi studi sulla leucemia acuta promielocitica. E nel 2018 arrivò uno dei massimi riconoscimenti della sua carriera: il José Carreras Award della European Hematology Association, assegnato a Stoccolma per il suo contributo alla ricerca e al trattamento delle leucemie acute.

Ma Lo Coco non era soltanto uno scienziato di valore. Era anche una persona di grande sensibilità e rigore morale, capace di attraversare la vita con garbo e discrezione. Nel mondo accademico e tra i colleghi era conosciuto anche come “lo scienziato gentile”.

Nato a Palermo, Lo Coco è cresciuto in una famiglia dai valori solidi. Il padre, Umberto, era magistrato; la madre, Maria Giuseppa, per tutti Pippina, casalinga. Ha studiato nella sua città d’origine fino a conseguire la laurea in Medicina e Chirurgia. Da lì aveva iniziato un percorso professionale che lo avrebbe portato ai vertici della ricerca ematologica internazionale.

Nonostante il successo il medico aveva conservato quella semplicità e quell’umiltà che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita. Aveva un carattere solare, capace di coinvolgere gruppi di amici e conoscenti, e una passione profonda per la musica, soprattutto per il pianoforte, trasmessa anche al figlio, musicista e pianista professionista.

Garbato, affabile, elegante, Lo Coco era benvoluto da chiunque avesse avuto la possibilità di conoscerlo. Proprio le sue qualità umane e comunicative, insieme al grande affetto che riusciva a creare intorno a sé, hanno reso ancora più difficile accettare ciò che è accaduto.

Anche nelle sue ultime ore, nel ristorante vicino al Foro Italico di Roma dove si trovava con alcuni familiari il giorno della tragedia, secondo le testimonianze di chi era presente, Lo Coco appariva sereno, composto e brillante nei suoi interventi.

Poi, all’improvviso, la decisione di allontanarsi dal gruppo. “Vado in bagno”, avrebbe detto a chi si trovava in sua compagnia.

Il Ponte della Musica sul Tevere

Una volta fuori dal locale avrebbe camminato per alcune decine di metri fino a raggiungere il Ponte della Musica, dal quale, secondo la ricostruzione degli investigatori avvalorata da due testimoni, si sarebbe lanciato nel vuoto.

La Procura di Roma apriva un fascicolo di indagine con l’ipotesi di istigazione al suicidio. Un atto dovuto, utile a svolgere gli accertamenti necessari a ricostruire la dinamica del decesso, a verificare l’eventuale coinvolgimento di altre persone e cercarne i motivi.

Le indagini non sono state mai ufficialmente chiuse. Non risultano notizie sulla loro conclusione ed è lecito pensare che l’inchiesta sia andata naturalmente verso l’archiviazione, ma in assenza di informazioni pubbliche sulla sua conclusione non è possibile stabilirlo con certezza.

Resta così il contrasto più difficile da spiegare: quello tra un uomo ricordato per il suo equilibrio, la sua gentilezza e la capacità di costruire relazioni, e una morte improvvisa arrivata mentre aveva ancora davanti a sé impegni, progetti e una carriera di grande rilievo.

Di Lo Coco conserveremo per sempre una grande eredità, il suo lavoro, i risultati della sua ricerca, il ricordo di chi lo ha conosciuto. Ma anche domande per le quali è difficile smettere di cercare una risposta. Soprattutto per chi gli voleva bene.