La mattanza di casa Graneris

Un amore tossico trasformato in un piano di morte, cinque vittime e una notte che ha marchiato la cronaca italiana.

Vercelli – È il 13 novembre 1975, un giovedì sera come tanti e la famiglia Graneris è seduta a tavola. Sergio, il capofamiglia, ha quarantacinque anni e gestisce un’officina ereditata dal suocero. Accanto a lui siedono la moglie Itala, i suoceri anziani Margherita e Romolo, e il figlio minore Paolo, tredici anni. Sul televisore Grundig passa un varietà. La cena è calda. Nessuno aspetta nessuno.

Poi bussano alla porta. Sulla soglia compaiono Doretta, la figlia maggiore, e il suo fidanzato Guido Badini. Hanno diciannove e ventuno anni, vivono a Novara e stanno per sposarsi. I genitori di lei non vedono di buon occhio quella relazione, Guido è disoccupato, senza prospettive, appassionato di armi, ma hanno ceduto: gli hanno offerto un posto nell’officina, hanno comprato i mobili per il nuovo appartamento. Quella sera, Doretta e Guido vengono fatti accomodare a tavola come sempre.

Doretta Graneris (Foto da Wikipedia)

A un certo punto Guido si alza e scende a prendere le sigarette dalla macchina. Quando rientra, ha una Browning in mano. Doretta ha già estratto la sua Beretta. In pochi secondi esplodono diciannove colpi. Margherita, la nonna, tenta di nascondersi sotto il tavolo. Non serve. Paolo, tredici anni, non ha il tempo di capire cosa stia succedendo. Sergio muore sulla sedia, la testa rovesciata all’indietro, una sigaretta mai accesa stretta tra le dita. Il televisore continua a trasmettere.

Prima di uscire, i due uccidono anche il cane di famiglia.

Antonio D’Elia, ex fidanzato di Doretta reclutato come complice, li aspetta fuori al volante di un’auto rubata. Il piano era che fosse lui a sparare, garantendo un alibi ai due fidanzati, ma all’ultimo momento D’Elia si era tirato indietro, accontentandosi del ruolo di palo e autista. Guido e Doretta salgono in macchina, raggiungono casa di un amico e ci restano fino alle undici e mezza di sera. Si costruiscono un alibi. Poi vanno a dormire.

Il mattino dopo i colleghi di Sergio notano che l’officina è chiusa. Il loro capo non manca mai, non arriva mai in ritardo. Avvertono la madre di lui, Maria Ogliano, che si avvia verso via Caduti dei Lager. Dall’esterno nota che la luce del lampadario è ancora accesa. Sale. Apre la porta. Sente il rumore del televisore. Poi entra in sala da pranzo.

Quando i carabinieri raggiungono Doretta e Guido per comunicare la notizia, li trovano al mercato rionale, davanti a un banco di carciofi. Doretta ascolta, si volta e risponde con una sola parola: “Capisco”. Niente lacrime, niente crollo. Quella compostezza innaturale è il primo errore. Il secondo è un bossolo trovato nell’auto di Guido, finito per caso nel risvolto dei pantaloni durante la sparatoria e poi scivolato sul sedile. Gli inquirenti perquisiscono casa Badini e trovano munizioni compatibili con le armi usate nella strage. I due vengono fermati.

In caserma, dopo otto ore di interrogatorio, è Doretta a cedere per prima. Dichiara di aver premuto lei il grilletto, scagionando Guido. Ma le perizie balistiche raccontano un’altra storia e Guido, abituato a maneggiare armi, iscritto a un club di tiro a segno, difficilmente è rimasto a guardare. Comincia allora un lungo gioco di accuse incrociate che durerà per tutto il processo. Guido sostiene di essere stato plagiato da Doretta, che lo avrebbe convinto a sterminare la sua famiglia in cambio dell’eredità e di una vita agiata. Doretta respinge ogni cosa. Dal carcere continua a scrivergli lettere d’amore, finché non scopre che lui le ha addossato ogni responsabilità della strage. Da quel momento non gli scrive più.

Il movente è banale nella sua crudeltà: i due non hanno denaro, non hanno lavoro, non hanno futuro. Con la morte dei Graneris, Doretta avrebbe ereditato tutto. Durante il processo emergono dettagli su una relazione sempre più chiusa su se stessa, fatta di gelosie, scambi di coppia, voyeurismo. Una perizia psichiatrica stabilisce che Guido è un vanaglorioso e Doretta una personalità marcatamente immatura, ma entrambi sono pienamente capaci di intendere e di volere. Nessuna attenuante.

La camera di consiglio dura dieci ore. La sentenza è ergastolo per entrambi. D’Elia, che aveva aspettato in macchina, viene condannato a ventidue anni con le attenuanti generiche e la seminfermità mentale. Due amici che avevano contribuito alla pianificazione e fornito la benzina per bruciare l’auto rubata prendono quindici anni.

In carcere, Doretta studia. Si laurea in architettura. Nel 1992 ottiene la semilibertà, nel 2000 la condizionale. Non ha più voglia di parlare di quella sera. Guido Badini ottiene la semilibertà nel 1993, poi torna in carcere per reati legati allo spaccio. Di lui, oggi, non si sa nulla.