In crescita il disagio sociale nelle metropoli

Nel Centro Italia ci si trova a metà del guado tra due opposti, marginalità e integrazione. La situazione in generale, però, tende al maltempo.

L’IDISE è l’indice dell’ISTAT che misura il disagio socio-economico delle città italiane. Quando si arriva a fine anno la stampa mainstream è prodiga di articoli sulle città italiane riguardanti diversi aspetti, tra cui: qualità della vita, reddito pro capite, attrattività turistica, sanità. Generalmente di ognuno di questi comparti vengono cantate le lodi, spesso con accenni promozionali. Ed invece l’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, che cosa ti combina?

Attraverso l’IDISE (Indice di Disagio socio-economico di individui e famiglie) ha identificato, costruendo una sorta di mappa, le aree più svantaggiate (ASC, Aree Sub-Comunali, o ADU, Aree di Disagio Urbano), utile per le politiche di prossimità, utilizzando dati di indagini campionarie e censuarie per valutare povertà e fragilità territoriali. L’indice è basato su dimensioni come povertà, condizioni abitative, situazione lavorativa, istruzione. Nulla che possa produrre suoni di tromba e squilli di fanfare ma, al contrario, è un ulteriore conferma che i centri urbani sono come un certo melone “bello fuori e marcio dentro”.

Nel senso che dietro la copertina patinata si nascondono piaghe sociali di forte intensità. Ad esempio “la capitale morale d’Italia”, Milano, vista dall’immaginario collettivo e descritta dalla grande stampa, come una metropoli dinamica, efficiente e moderna, sinonimo di moda, design, finanza e lavoro, ma percepita anche come frenetica, talvolta anonima o “grigia”, ma sempre all’avanguardia in Italia e con una forte vocazione europea.

Ebbene anche “la Milano da bere” – così definita negli anni ’80 per descrivere la vita mondana e la movida milanese, associata a un’epoca di modernità, vivacità e consumismo, resa celebre da uno slogan pubblicitario dell’Amaro Ramazzotti – mostra i suoi affanni, soprattutto nelle periferie ma anche tra i caseggiati del centro. Nello stesso spazio fisico c’è chi accelera e chi frena. La Città Eterna, Roma, mostra una realtà ancora più eterogenea. La marginalità sociale è presente in varie parti della città, soprattutto le zone periferiche orientali e alcune di quelle sud-occidentali.

Non ce la passiamo bene, da Nord a Sud…

La Città della sirena Partenope, Napoli, presenta strati di disagio sociale in molte aree urbane, quasi a voler stabilire una connessione diretta tra marginalità e la sua organizzazione spaziale e funzionale. Se si volge lo sguardo al resto d’Italia la situazione diventa più chiara. Vedere su una sorta di mappa i colori dei problemi sociali impressiona graficamente molto, anche se i risultati non sorprendono più di tanto. Le aree di marginalità sono visibili e raggruppate nelle 4 regioni dell’Ave Maria (tanto per parafrasare il titolo di un western all’italiana del 1968 di Giuseppe Colizzi con Bud Spencer e Terence Hill): Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.

Nel Centro Italia ci si trova a metà del guado tra due opposti, marginalità e integrazione. Al Nord alle parti in cui il benessere è diffuso, si associano quelle in cui il disagio sociale è molto accentuato. Questa carta topografica è un’indicazione di come possa essere fotografata la complessità di una città o metropoli. Le condizioni dei “meno abbienti“, quando sono misurate con meticolosità, da concezioni teoriche da esibire nei talk show televisivi, diventano fatti concreti in quanto si evidenziano le condizioni di vita, l’abitabilità e l’erogazione dei servizi.

Ci saranno risposte della classe dirigente che ha contribuito a disegnare l’attuale scenario?