Il ritorno inatteso di Formigoni

A 79 anni, l’ex presidente lombardo non esclude una rentrée in politica, che vive come una vera e propria dipendenza.

Milano – Quarant’anni di politica, una condanna, cinque mesi di carcere e quattro ai domiciliari. Eppure Roberto Formigoni, oggi 79enne, non sembra un uomo disposto a chiudere i conti con il potere. Anzi: interpellato sulla possibilità di tornare alla guida della Lombardia, la risposta è netta. Accetterebbe. Senza esitazioni.

Non si tratta di nostalgia, sostiene, ma di una passione che non si spegne con le vicissitudini giudiziarie. La politica, dice, funziona come una sostanza che crea dipendenza: si smette di praticarla, ma non si smette di pensarci. Lo cercano ancora, soprattutto i giovani, per chiedergli ragguagli su temi che vanno dall’economia alla sanità, dalla scuola alla demografia. Lui risponde, consiglia, si sente ancora utile.

Sul processo che ha segnato la fine della sua carriera istituzionale, Formigoni mantiene una posizione immutata: si dichiara estraneo ai fatti contestati. Le delibere al centro delle accuse, sostiene, non erano atti personali ma provvedimenti collegiali, votati dall’intera giunta e in alcuni casi anche da forze d’opposizione. Un argomento che non ha convinto i giudici, ma che lui continua a ripetere con la stessa convinzione di sempre.

Il passaggio in carcere lo ha segnato in modo inatteso. Nei cinque mesi di detenzione ha ricevuto migliaia di lettere da cittadini comuni e visite trasversali, anche da esponenti politici avversari. Racconta con un certo stupore l’accoglienza ricevuta dai compagni di cella: uno di loro, condannato all’ergastolo, gli propose di esonerarlo dai lavori domestici in segno di rispetto per ciò che aveva fatto per la regione. Un episodio che, dice, gli ha insegnato qualcosa sulla dignità delle persone che il sistema tende a rendere invisibili.

Sul presente, guarda con stima a Giorgia Meloni. Le riconosce la capacità di costruirsi un’autorevolezza in un contesto tradizionalmente ostile alle donne e alla destra, ma non nasconde una riserva: il governo avrebbe potuto osare di più. Quanto a Berlusconi, che incontrò per la prima volta negli anni Settanta, lo definisce un genio a tutto tondo, uno di quegli uomini che lasciano un’impronta difficile da misurare mentre sono in vita.

Le preoccupazioni più profonde riguardano però due fenomeni che considera emergenze nazionali sottovalutate: il crollo delle nascite e il deterioramento del sistema educativo. Sul fronte demografico cita un dato che usa come confronto: nel 1943, in piena guerra, le italiane misero al mondo un milione di bambini. Oggi, in tempo di pace e benessere, quella cifra è scesa a poco più di 360mila. Un declino, conclude, che nessuna politica economica può compensare se non si investe prima di tutto nelle condizioni in cui i giovani costruiscono, o rinunciano a costruire, una famiglia.