Sedici morti, una pistola mai trovata e un DNA sconosciuto su un proiettile: il caso più oscuro della cronaca italiana non è ancora chiuso.
Firenze – È la notte del 21 agosto 1968. Nelle campagne di Signa, a pochi chilometri da Firenze, qualcuno preme il grilletto di una Beretta calibro 22 e uccide Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, amanti sorpresi nell’intimità di un’auto ferma nei pressi del cimitero locale. Sul sedile posteriore c’è un bambino di sei anni, Natalino, figlio di Barbara. Non si sveglia. O forse si sveglia e non lo dice. Percorre da solo tre chilometri di strada sterrata, al buio, senza scarpe, senza una graffio ai piedi, fino a bussare alla porta del casolare di un tale signor De Felice. Quella pistola non verrà mai trovata. Quel bambino, quasi sessant’anni dopo, scoprirà di non sapere nemmeno chi è suo padre. E quella notte, senza che nessuno ancora lo sappia, segna l’inizio della storia criminale più intricata che l’Italia abbia mai conosciuto.
Barbara Locci è sarda, sposata con Stefano Mele, conterraneo, operaio affetto da oligofrenia (un deficit mentale congenito o precoce caratterizzato da sviluppo intellettivo inferiore alla norma), che tutti in paese definiscono un uomo remissivo e incapace di reagire. Barbara lo tradisce sistematicamente, con tanti uomini, tanto che nel loro piccolo mondo la chiamano “l’ape regina”.
Tra i suoi amanti ci sono i fratelli Vinci: Salvatore, Francesco e Giovanni, emigrati dalla Sardegna in Toscana, uomini violenti con una lunga serie di guai con la giustizia. Quella notte in auto con lei c’è Antonio Lo Bianco, siciliano, l’ultimo di una lista che non è mai stata del tutto ricostruita. Dopo il delitto, Stefano Mele confessa. Ma la sua deposizione è un groviglio di contraddizioni, ritrattazioni e accuse incrociate. Accusa ora uno, ora l’altro dei fratelli Vinci, cambia versione, torna sui suoi passi. Ritratta.
Viene condannato a tredici anni. Nel 1974 esce di prigione. Ma intanto qualcosa non torna: come ha fatto Natalino, un bambino di sei anni, a percorrere da solo tre chilometri di sentiero montagnoso al buio senza scarpe e senza riportare alcuna ferita ai piedi? Un maresciallo lo porta a ripercorrere il tragitto di giorno e gli dice:
“Se non dici la verità, stanotte lo rifaremo senza scarpe come quella notte”.
Il bambino insiste: quella è la strada e da lì è passato, ne è sicuro, ma il mistero resta. Per sei anni tutto tace. Poi il 14 settembre 1974, in una strada sterrata di Sagginale, nel Mugello, la stessa arma torna a sparare. Le vittime sono Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18 anni. Lui muore con cinque proiettili in corpo. Lei viene trascinata fuori dall’auto ancora viva, accoltellata decine di volte, mutilata. Il giorno prima aveva confidato a un’amica di avere avuto l’impressione di essere seguita.

Gli investigatori non collegano ancora questo delitto a quello del 1968. Non sanno che stanno raccogliendo i frammenti di una firma che si ripeterà per undici lunghissimi anni. Il 1981 porta con sé due nuovi duplici omicidi a distanza di pochi mesi. Prima Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio, tra il 6 e il 7 giugno a Scandicci. Poi Stefano Baldi e Susanna Cambi, il 22 ottobre a Calenzano.
Il modus operandi è identico: coppia appartata in auto, colpi di pistola al buio, mutilazioni post mortem sulle donne. Dopo il primo delitto gli investigatori arrestano Francesco Vinci, pastore sardo già nell’orbita delle indagini fin dal 1968 per i suoi legami con il clan dei Mele e dei Vinci.

È violento, ha precedenti, rientra nel profilo criminale. Ma il 22 ottobre, mentre lui è già in custodia, il Mostro colpisce di nuovo a Calenzano. È impossibile che sia stato lui. Vinci viene rilasciato. Tornerà nell’aura dei sospettati per anni, finché nel 1993 non verrà ritrovato assassinato insieme a un amico in una pineta, in circostanze mai del tutto chiarite.
È il 1982 il momento in cui tutto cambia. Una lettera anonima arriva ai carabinieri e li invita a rispolverare un vecchio fascicolo: quello del delitto del 1968. Gli inquirenti tornano in archivio e trovano, attaccato con una spillatrice a uno dei documenti, un sacchetto con i bossoli recuperati sulla scena di Signa. Li confrontano con quelli dei delitti successivi. Le munizioni Winchester con la lettera “H” impressa sul fondello sono identiche. La stessa pistola. La stessa mano da quattordici anni. Il 19 giugno 1982, a Baccaiano, una Renault è ferma in uno slargo di campagna. Paolo Mainardi, 22 anni, e Antonella Migliorini, 19 anni, morti ammazzati entrambi. Nasce la Squadra Anti Mostro, la SAM, dedicata esclusivamente a questi omicidi. I giornali cominciano a chiamarlo “il maniaco delle coppiette”. Poi, più semplicemente, il Mostro di Firenze. Per la prima volta nella storia italiana si parla apertamente di serial killer.
Il 9 settembre 1983, a Giogoli nel comune di Scandicci, il Mostro colpisce ancora. Le vittime sono due turisti tedeschi: Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch. Sono due uomini ma uno porta i capelli lunghi. L’assassino li ha probabilmente scambiati per una coppia eterosessuale.

È uno degli indizi più rivelatori del suo profilo: non pianifica le vittime con precisione, si muove nelle campagne alla ricerca di coppie appartate, agisce per impulso. Conosce però il territorio come le proprie tasche, si muove nel buio senza lasciare tracce, sparisce nel nulla. Il 29 luglio 1984, a Vicchio, perdono la vita Pia Rontini, 18 anni, e Claudio Stefanacci, 21 anni. È la penultima coppia. Pia è figlia di Renzo Rontini, un uomo che da quel giorno farà della ricerca della verità la propria ragione di vita, diventando uno dei testimoni civili più tenaci dell’intera vicenda.
L’8 settembre 1985, agli Scopeti, nel comune di San Casciano Val di Pesa, il Mostro colpisce per l’ultima volta. Le vittime non sono italiane: Jean-Michel Kraveichvili, 25 anni, e Nadine Mauriot, 36 anni, turisti francesi in vacanza. I due sono accampati in una tenda. Non sono in auto. È l’unica variazione al copione in diciassette anni. Nadine viene anche mutilata.
Poco dopo la Procura di Firenze riceve una busta anonima contenente un lembo del suo seno. Seguiranno altre buste, con fotocopie di articoli di giornale sui delitti. La coppia aveva una macchina fotografica, che non verrà mai ritrovata. L’assassino osserva, conserva, scrive. E poi scompare per sempre.

Nel 1985 una lettera anonima indica agli investigatori il nome di Pietro Pacciani, contadino di Mercatale Val di Pesa, soprannominato “il Vampa” per la sua irascibilità esplosiva. Gli inquirenti lo tengono d’occhio ma non agiscono subito. Nel 1987 Pacciani viene condannato per lo stupro ripetuto delle sue due figlie. È già in carcere quando le indagini tornano a concentrarsi su di lui, spinte da un nuovo informatore anonimo.
Nel 1993 viene arrestato con l’accusa di essere il Mostro di Firenze. Il processo è uno spettacolo mediatico senza precedenti nella storia italiana. Pacciani nega tutto. In aula recita una poesia sull’amore fraterno tra gli uomini. Piange. Urla. Nel 1994 viene condannato in primo grado a quattordici ergastoli. Due anni dopo la Corte d’Appello lo assolve per insufficienza di prove.
La Cassazione annulla l’assoluzione e ordina un nuovo processo. Ma nel febbraio del 1998 Pacciani viene trovato morto nella sua casa di Mercatale, faccia a terra sul pavimento della cucina. Il caso è tecnicamente ancora aperto.
Mentre Pacciani è ancora vivo, le indagini si allargano ai suoi frequentatori più stretti. Mario Vanni, postino in pensione, e Giancarlo Lotti, un uomo dall’intelligenza limitata e dalla memoria improvvisamente loquace, entrano nel mirino degli investigatori.

È proprio Lotti a confessare il coinvolgimento nei delitti, accusando sé stesso, Vanni e Pacciani di aver agito insieme negli omicidi delle ultime quattro coppie. Vanni li definisce in aula, con una semplicità disarmante, “compagni di merende”. La frase diventa il titolo con cui la storia ricorderà questo terzetto. Nel 1999 arrivano le condanne definitive: Vanni all’ergastolo, Lotti a 26 anni. Ma sulle scene del crimine non sono mai state trovate impronte né tracce biologiche riconducibili ai condannati. La pistola non è mai stata recuperata. Le parti anatomiche asportate non sono mai state ritrovate.
Mentre i processi si chiudono, una nuova inchiesta si apre su un piano completamente diverso. Il magistrato Michele Giuttari prima, il Pm perugino Giuliano Mignini poi, esplorano l’ipotesi che Pacciani e i suoi amici fossero soltanto esecutori materiali: strumenti nelle mani di mandanti rimasti nell’ombra, interessati a ricavare feticci dai corpi delle vittime per riti esoterici. A casa di Pacciani vengono trovati tre libri di magia nera. Una cascina frequentata dal gruppo diventa il centro di un’inchiesta su presunte orge e riti occultistici. Durante gli anni dei delitti, Pacciani aveva misteriosamente accumulato grosse somme di denaro.

Nell’ottobre del 1985, poche settimane dopo l’ultimo delitto, Francesco Narducci, gastroenterologo perugino, viene trovato senza vita nel lago Trasimeno. La sua morte viene archiviata come suicidio. Anni dopo si ipotizza che il corpo ripescato non fosse il suo.

Francesco Calamandrei è un farmacista di San Casciano; la sua ex moglie racconta ai carabinieri di aver trovato in casa una Beretta calibro 22 e nel frigorifero diversi feticci. Durante la perquisizione però non viene repertato nulla di significativo. Verrà processato come mandante e assolto nel 2008. Giampiero Vigilanti è un ex legionario di Prato già sfiorato dalle indagini negli anni Ottanta: nel 1994 gli trovano in casa 176 proiettili Winchester identici a quelli del Mostro, ritagli di giornale su ogni delitto e un paio di anfibi della legione straniera francese compatibili con un’impronta sulla scena degli Scopeti. Anche questa pista si arena.
Nel luglio del 2025 arriva una notizia che rimescola tutte le carte. Il test del DNA condotto su Natalino Mele, oggi 64enne, senza lavoro, che vive in una casa popolare, stabilisce che il suo padre biologico non è Stefano Mele, il marito di Barbara condannato per il delitto del 1968, ma Giovanni Vinci, uno dei fratelli sardi mai indagato, al contrario degli altri due. Natalino apprende la notizia dai giornali. “È stata una botta”, dice in un’intervista a La Nazione.
Giovanni Vinci è morto. La scoperta riapre interrogativi enormi: se la pistola era in mano al clan dei Vinci fin dal 1968 e se Giovanni ne faceva parte, che cosa sapeva davvero il bambino che dormiva sul sedile posteriore quella notte? Natalino ha sempre riferito di non ricordare nulla di quella sera maledetta.
Tra il 2024 e il 2025 il caso torna prepotentemente d’attualità anche su un altro fronte. Un team di esperti forensi guidati dal professor Lorenzo Iovino annuncia di aver individuato su un proiettile del delitto degli Scopeti una traccia di DNA sconosciuto, compatibile con residui trovati su altri bossoli della stessa arma. Questo profilo genetico non corrisponde a nessuno degli imputati storici. Potrebbe appartenere all’assassino. Potrebbe appartenere a un complice.
La Procura di Firenze osserva con scetticismo: il capo dell’ufficio ha risposto alle istanze di riapertura manifestando molte perplessità, citando problemi di costi, logistica e personale. Nel frattempo, un documento inedito datato anni Settanta, consegnato da un’ex suora al podcaster Fedez, riporta otto nomi che in vario modo tornano nell’orbita delle indagini, tra cui quelli di Narducci e Calamandrei. Quasi sessant’anni dopo il primo sparo, la pistola è ancora là fuori, da qualche parte. E il Mostro di Firenze non ha ancora un volto certo.