Quando i sistemi si proteggono cancellando il rapporto con l’umano. Il ghosting non nasce da un ordine centrale, ma da un conformismo difensivo che si auto-alimenta.
Esiste una forma di silenzio che non è distrazione, né inefficienza, né semplice cattiva organizzazione. È un silenzio strutturale, coerente, ripetitivo, dotato di una propria razionalità interna. Non si limita a non rispondere: organizza l’assenza di risposta come metodo stabile di gestione del conflitto, della complessità e della responsabilità.
Questo silenzio può essere chiamato ghosting istituzionale: la pratica, diffusa e trasversale, con cui un apparato pubblico, anziché assumere una posizione – anche negativa – rispetto a una istanza, una segnalazione, una richiesta formalmente fondata, sceglie di sottrarsi a ogni interlocuzione reale, rendendo il soggetto progressivamente invisibile, irrilevante, non-esistente sul piano operativo.
Il ghosting non è un vuoto casuale. È una tecnica di governo informale.
Per effetto del paradosso della competenza, più un’istanza è solida, più viene ignorata e, per conseguenza, quando un’istanza è solida e autosufficiente, non viene esitata: viene evitata.
In un sistema orientato alla funzione, la qualità dell’argomentazione e la completezza probatoria dovrebbero generare attenzione, verifica, confronto. In molti contesti reali accade l’opposto: quando una ricostruzione è logicamente coerente, autosufficiente sul piano probatorio, difficilmente neutralizzabile con formule di stile o risposte apparenti, essa non viene affrontata, ma evitata.
Non si tratta di un semplice “eccesso di documentazione”. Si tratta della autosufficienza probatoria dell’attacco alla tenuta del meccanismo stesso di autoprotezione del sistema. L’istanza non chiede solo una risposta: costringe il sistema a esporsi, a lasciare traccia, a rendere verificabili le proprie scelte. È questo il punto di frizione reale.
Niklas Luhmann ha descritto i sistemi complessi come entità autopoietiche, orientate primariamente alla propria riproduzione e stabilità interna più che alla verità o alla giustizia dei contenuti che trattano. Il sistema non valuta ciò che è giusto o vero: valuta ciò che è compatibile con la propria continuità operativa. Quando un input mette in crisi tale compatibilità, il sistema tende a neutralizzarlo attraverso meccanismi di selezione, filtraggio, esclusione.
Il ghosting è una forma di esclusione funzionale.
I sistemi fragili sviluppano una logica immunitaria che neutralizza ciò che potrebbe renderli responsabili.
Un apparato che per lungo tempo ha funzionato attraverso compromessi, omissioni, zone grigie e micro-deleghe informali sviluppa una fragilità strutturale. Non è fragile perché inefficiente, ma perché dipende dalla non-emersione delle proprie incoerenze. In un simile assetto, anche un atto corretto, una risposta rigorosa, una presa in carico trasparente possono diventare elementi destabilizzanti.
Come ogni organismo che vive in equilibrio precario, il sistema sviluppa un proprio apparato immunitario. Ma questo apparato non riconosce ciò che è illegale o ingiusto: riconosce ciò che è pericoloso per la stabilità interna.
I segnali di allarme sono ricorrenti:
- richieste che impongono una decisione tracciabile;
- ricostruzioni autosufficienti sul piano probatorio;
- coerenza interna difficilmente confutabile;
- possibilità di effetti sistemici a catena.
In questi casi, la reazione non è il confronto, ma la sottrazione. L’istanza non viene formalmente respinta, né confutata, né archiviata con motivazione. Viene semplicemente lasciata senza risposta, senza canale, senza referente, senza tempo.
Il soggetto non viene sconfitto. Viene reso inesistente sul piano istituzionale.
Il ghosting non nasce da un ordine centrale, ma da un conformismo difensivo che si auto-alimenta.
Questo comportamento non richiede un coordinamento centrale. Funziona per adattamento diffuso, per imitazione, per apprendimento implicito delle soglie di rischio accettabili. La psicologia dei gruppi ha da tempo mostrato come gli individui tendano ad adeguarsi alle norme del contesto anche quando esse confliggono con il proprio giudizio.
Solomon Asch ha dimostrato sperimentalmente quanto la pressione del gruppo possa indurre soggetti competenti ad aderire a valutazioni manifestamente errate pur di non uscire dalla convergenza collettiva. Stanley Milgram ha evidenziato come l’obbedienza all’autorità possa sospendere il senso di responsabilità individuale. Irving Janis ha descritto il fenomeno del groupthink, per cui i gruppi coesi tendono a evitare informazioni destabilizzanti per preservare l’armonia interna, anche a costo di decisioni irrazionali.

Nei sistemi istituzionali questo si traduce in una forma di solidarietà difensiva: non si protegge una singola persona, ma l’equilibrio complessivo delle relazioni, delle consuetudini, delle non-dette reciprocità. Ogni micro-atto di conformità rafforza il perimetro; ogni deviazione lo espone.
Il ghosting diventa così un comportamento spontaneamente cooperativo: ciascun segmento dell’organizzazione contribuisce, anche passivamente, alla neutralizzazione di ciò che potrebbe generare responsabilità, conflitto o tracciabilità.
Negare il riscontro significa negare il riconoscimento umano prima ancora di quello giuridico.
Una delle dimensioni più profonde del ghosting istituzionale non è giuridica, ma relazionale. Il rifiuto non riguarda solo l’atto amministrativo; riguarda il riconoscimento minimo dell’altro come interlocutore. Non una risposta formale, non una spiegazione, talvolta nemmeno una attenzione logistica elementare.
Il messaggio implicito è sempre lo stesso: tu non sei un soggetto con cui instaurare una relazione di responsabilità reciproca.
Michel Foucault ha mostrato come il potere moderno non agisca solo attraverso la coercizione, ma attraverso la gestione dei corpi, degli spazi, dei tempi, delle posture, delle attese. L’organizzazione materiale dell’esperienza – file, sedute, tempi morti, ambienti degradati – produce assoggettamento senza bisogno di ordini espliciti.
Il ghosting istituzionale è anche questo: una pedagogia silenziosa dell’insignificanza.
Quando il silenzio si prolunga, la delegittimazione della vittima diventa parte integrante del meccanismo.
A questa ‘assenza’ di riscontro si accompagna spesso un secondo movimento, più sottile e più corrosivo: la delegittimazione del soggetto che continua a chiedere risposta. Quando il silenzio istituzionale si prolunga nel tempo, quando la mancanza di riscontri produce frustrazione, esposizione, isolamento e discontinuità narrativa dell’esperienza, il focus tende progressivamente a spostarsi dal contenuto delle istanze alla persona che le formula.
È qui che si attiva una dinamica tipica del victim blaming: la difficoltà non viene più interpretata come effetto di un funzionamento opaco o disfunzionale del sistema, ma come indizio di una presunta inadeguatezza soggettiva. La richiesta viene riletta come eccessiva, ossessiva, conflittuale, talvolta come costruzione immaginaria o distorsione dei fatti.
Il problema smette di essere ciò che accade; diventa chi lo segnala.
In termini psicologici, questo processo è riconducibile al gaslighting: una progressiva messa in dubbio della percezione della realtà da parte della persona che subisce la situazione, fino a renderla – agli occhi degli altri e talvolta a se stessa – inattendibile, emotivamente instabile, irragionevole. Il silenzio istituzionale, anziché essere interrogato come fatto problematico, viene normalizzato; chi lo subisce viene implicitamente patologizzato.
Si produce così una inversione silenziosa della responsabilità. Non è più il sistema a dover rendere conto della propria inerzia, ma il cittadino a dover giustificare la propria perseveranza nel chiedere che una funzione pubblica venga effettivamente esercitata. Il conflitto non viene elaborato né risolto: viene spostato sul piano identitario della persona che lo ha reso visibile, con un effetto di isolamento e di progressiva erosione della legittimità soggettiva.
In questo modo, il ghosting non si limita a sospendere la relazione istituzionale: contribuisce attivamente a ridefinire chi ha diritto di parola e chi può essere percepito come eccedente, disturbante o non credibile nello spazio pubblico.
Il ghosting operativo: il diritto può esistere formalmente e diventare impraticabile nella realtà quotidiana.
Una delle forme più efficaci di ghosting non è il silenzio dichiarato, ma la inerzia amministrativa strutturata.
Il diritto resta formalmente intatto:
- l’accesso agli atti è previsto;
- i ricorsi sono teoricamente esperibili;
- le procedure sono normate.
Ma nella pratica:
- i tempi si dilatano senza motivazione;
- i costi non vengono chiariti o resi sostenibili;
- i fascicoli non sono materialmente disponibili;
- le copie sono tecnicamente inutilizzabili o frammentarie;
- la ricostruzione documentale diventa incerta e opaca.
Il risultato è una sproporzione crescente tra il diritto astratto e la sua praticabilità concreta. Albert O. Hirschman, nel suo schema Exit, Voice, Loyalty, ha mostrato come, quando il costo della “voice” – la possibilità di far valere una critica o una pretesa – diventa troppo elevato, i soggetti tendano progressivamente alla rinuncia, all’adattamento silenzioso o alla rassegnazione. Qui il diritto non viene negato: viene logorato fino a diventare difficilmente esercitabile.

Lo sfiancamento materiale è la vera soglia che separa il diritto teorico dal diritto esercitabile.
Lo sfiancamento prodotto dal ghosting istituzionale non è solo psicologico. È profondamente materiale. Incide sul corpo, sul tempo, sulle risorse economiche, sulla capacità di organizzare la propria azione. È in questa dimensione che il diritto, pur restando formalmente integro, diventa di fatto inaccessibile.
Quando per ottenere un atto elementare – come il rilascio di una copia – occorre predisporre istanze articolate, moltiplicare comunicazioni, affrontare depositi telematici instabili, presentarsi fisicamente previa prenotazione, attendere, tornare, ricominciare, l’asimmetria non è più teorica: è concreta, misurabile, quotidiana. Il costo dell’accesso al diritto cresce fino a diventare sproporzionato rispetto al suo oggetto.
La disfunzione non si manifesta come un divieto esplicito, ma come una sequenza di micro-ostacoli: regole operative mutevoli, canali di comunicazione instabili, richieste contraddittorie, costi imprevedibili, necessità di continue verifiche formali per evitare che una domanda venga semplicemente dispersa. Ciò che dovrebbe essere semplice diventa complesso; ciò che dovrebbe essere tracciabile diventa incerto.
L’esperienza soggettiva è quella dell’urto continuo contro superfici elastiche: non esiste un muro visibile da abbattere, ma una resistenza diffusa che assorbe l’energia dell’azione senza mai tradurla in esito. L’apparato si presenta come spazio di razionalità, ma opera come un labirinto procedurale, nel quale il cittadino perde progressivamente orientamento, tempo e capacità di previsione.
In questo contesto, l’asimmetria diventa strutturale. Chi dispone di risorse organizzative, finanziarie e professionali può sostenere l’inerzia; chi si affida alla tutela effettiva del diritto viene progressivamente logorato. Paradossalmente, ciò che sarebbe vietato o improprio trova talvolta canali di agevole realizzazione, mentre ciò che è lecito e dovuto diventa difficile o impraticabile.
Il ghosting non è dunque soltanto una sottrazione di risposta. È una erosione sistematica della praticabilità del diritto.
La forma più radicale di ghosting è quella in cui la notizia non nasce nemmeno.
Esiste una forma ancora più estrema di invisibilizzazione, nella quale la segnalazione non entra nemmeno nel circuito tracciabile dell’ordinamento. Formalmente la persona ha adempiuto al proprio dovere civico; sostanzialmente non esiste alcun riscontro verificabile, alcuna iscrizione, alcuna possibilità di monitoraggio.
Non c’è un provvedimento da impugnare.
Non c’è un atto da contestare.
Non c’è nemmeno un errore formalmente dimostrabile.
C’è soltanto assenza di esistenza amministrativa.
Dal punto di vista sistemico, questa è la forma più sicura di neutralizzazione: ciò che non entra nel circuito non produce effetti, non genera responsabilità, non altera equilibri. La non-decisione diventa una decisione implicita, ma priva di tracciabilità e di controllo.
Questo livello radicale di ghosting non è un’anomalia isolata, ma il punto di arrivo coerente di una logica già operante nei livelli precedenti: quando l’inerzia, la frammentazione e lo sfiancamento non sono più sufficienti a neutralizzare un input percepito come destabilizzante, la soluzione più sicura resta la sua mancata esistenza formale.
Il silenzio organizzato produce costi umani, civili e democratici che non sono neutri.
Il ghosting istituzionale non è neutro. Produce costi:
- economici, in termini di tempo e risorse sprecate;
- professionali, in termini di blocco e delegittimazione;
- psicologici, in termini di logoramento, isolamento, senso di impotenza;
- civici, in termini di erosione della fiducia nelle istituzioni.
Il soggetto non viene solo ignorato: viene lentamente disabituato all’idea che la parola pubblica abbia un valore reale.
Quando la conservazione sostituisce la funzione, la cittadinanza perde razionalità e fiducia.
Un’istituzione che smette di rispondere smette, lentamente, di essere un’istituzione in senso proprio. Non perché venga meno formalmente il suo potere, ma perché si altera la sua funzione: da luogo di composizione dei conflitti e di garanzia dei diritti, essa tende a trasformarsi in un organismo orientato primariamente alla propria autoconservazione.
Il ghosting non è, in questo senso, una semplice patologia organizzativa. È una forma di violenza psicologica istituzionale, esercitata non attraverso l’atto, ma attraverso la sottrazione sistematica del riscontro, del tempo, della relazione, della responsabilità. È una violenza a bassa intensità, ma ad alta durata, che logora, isola, sospende le vite, rendendo incerto il futuro di persone, patrimoni, relazioni, possibilità di progetto.

La credibilità di un sistema pubblico non nasce dall’apparato in sé, ma dalla perseveranza di quei cittadini e operatori che continuano a pretendere l’esercizio effettivo della funzione. Il punto critico non è la contestazione, ma la resa: quando anche i più tenaci comprendono che l’esercizio del diritto non è più razionale sul piano dell’opportunità, quando prevalgono la rinuncia, l’accordo al ribasso, la rassegnazione, il declino non è una minaccia futura, ma una condizione già presente.
In questo quadro, il ghosting assume anche una valenza strategica. L’inerzia prolungata, il congelamento delle situazioni, l’assenza di decisione non sono neutri: producono asimmetrie, accumulano vulnerabilità, spostano progressivamente il baricentro del rischio sul soggetto più esposto. Cento volte non accade nulla, la domanda resta senza risposta, la persona viene resa invisibile; alla centunesima, quando l’equilibrio si è logorato, il sistema può intervenire senza esporsi realmente, perché non opera nel proprio spazio di rischio, ma nel territorio giuridico ed esistenziale dell’altro.
Un sistema così configurato non governa il conflitto: lo sospende fino a renderlo gestibile solo per chi dispone di maggiore forza strutturale, tempo, capitale, resistenza. La funzione di garanzia si attenua, mentre cresce una gestione opportunistica dell’inerzia.
In termini sistemici, il fenomeno può essere letto come una perdita di integrazione funzionale: l’istituzione mantiene un’immagine simbolica coerente, ma opera attraverso meccanismi difensivi che ne contraddicono la funzione dichiarata.
Il problema non è la perdita astratta di autorevolezza, ma lo svuotamento concreto della fiducia razionale che rende possibile una cittadinanza adulta: la fiducia che valga la pena esporsi, argomentare, documentare, attendere una decisione. Quando questa fiducia si spegne, non per divieto ma per logoramento, lo spazio pubblico non viene abolito: viene lentamente desertificato.