Il dramma di Mimmo, sparito a 11 anni: uscì con lo zio e non tornò mai più

Trentatré anni fa la scomparsa di Domenico Nicitra alla Giustiniana. Il padre, boss della Banda della Magliana, era in carcere: il corpo del bambino non è mai stato ritrovato.

Roma – C’era una bicicletta da cross da comprare, il premio per la promozione in prima media. C’era un bambino di undici anni con gli occhi pieni di quell’eccitazione che solo un regalo promesso sa accendere. E c’era lo zio Francesco, in sella a un motorino, pronto a mantenere la parola data. Era la mattina del 21 giugno 1993, il giorno più lungo dell’anno, quando Domenico Nicitra – Mimmo, per tutti – uscì dal cancello della villetta di via Mario Ascoli, nel quartiere della Giustiniana, alla periferia nord di Roma. Da quel momento, del bambino e dello zio non si è saputo più nulla. Trentatré anni dopo, il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Al momento della scomparsa il padre era già dietro le sbarre. Salvatore Nicitra, detto “Totò“, siciliano di Palma di Montechiaro trapiantato nella capitale, era stato arrestato un mese e mezzo prima nell’ambito dell’operazione Colosseo, la maxi retata della Squadra Mobile che aveva sgominato gli ultimi vertici della Banda della Magliana. Considerato il “re delle bische” di Roma, Totò era legato al gioco d’azzardo, all’usura e al traffico di droga.

Salvatore Nicitra

Lo zio Francesco, 34 anni, anche lui pregiudicato, quel mattino caricò Mimmo sul motorino per portarlo alla borgata Ottavia a comprare il regalo. Il mezzo fu ritrovato poche centinaia di metri più avanti, senza impronte né segni di colluttazione. Del giocattolo promesso, nessuna traccia: segno, secondo gli investigatori, che zio e nipote furono caricati su un’auto e fatti sparire in pochi minuti.

Le indagini, coordinate dalla Criminalpol e dalla Squadra Mobile, percorsero due piste. La prima: una vendetta trasversale contro il boss detenuto, un feroce regolamento di conti che aveva infranto la più antica regola non scritta della malavita, quella che vietava di toccare i figli. La seconda, esposta nel gennaio 1994 dal questore Fernando Masone davanti alla Commissione parlamentare antimafia: Francesco si sarebbe recato a un incontro portandosi dietro il nipote come “scudo“, convinto che nessuno gli avrebbe fatto del male davanti a un bambino. Qualcosa andò storto, e i suoi interlocutori eliminarono entrambi: lo zio, e il piccolo testimone involontario della sua fine.

La madre, Andreina Croci, all’epoca appena 32 anni, si aggrappò per mesi alla speranza di un sequestro a scopo di ricatto, un modo per impedire al marito di collaborare con la giustizia. Nessuno, però, si fece mai vivo per chiedere un riscatto. Nessuna telefonata, nessun biglietto. “Nessuno si occupa di mio figlio perché suo padre è un pregiudicato”, denunciò Andreina al Tg3, puntando il dito contro un silenzio che faceva ancora più male.

Mentre pochi mesi prima l’Italia intera si era mobilitata per il piccolo Farouk Kassam – lenzuola bianche alle finestre, fiaccolate, appelli istituzionali – per Mimmo non si mosse quasi nessuno. Un “rapimento di serie B“, lo definì su Repubblica il giornalista Guglielmo Pepe. Persino 182 detenuti di Regina Coeli firmarono un appello per chiedere la libertà del bambino. Monsignor Diego Bona, vescovo di Porto-Santa Rufina, offrì la propria mediazione: “Non è giusto che le colpe dei genitori ricadano sui loro figli”. Ma per Mimmo nessuna risposta arrivò mai.

A trentatré anni di distanza, il caso resta un cold case irrisolto, uno dei più cupi della cronaca romana. Il corpo del bambino non è mai stato ritrovato: vittima, con ogni probabilità, di quella lupara bianca che nega ai vivi persino la consolazione di una tomba. Nel febbraio 2020 Salvatore Nicitra è finito di nuovo in manette insieme ad altre 37 persone, e nel marzo 2021 gli sono stati confiscati beni per 13 milioni di euro. Il re delle bische ha continuato a delinquere. Il suo bambino, che quel 21 giugno voleva solo una bicicletta, aspetta ancora giustizia e verità.