I simulatori di voce umana come le droghe

Il rapporto con queste applicazioni tecnologiche dev’essere quanto più equilibrato possibile. In caso contrario si comportano come gli stupefacenti.

I chatbot provocano dipendenza come le droghe. Molti studi scientifici hanno dimostrato la forte dipendenza dalla tecnologia che un individuo può sviluppare per l’uso eccessivo di essa. Per non parlare dei social network e dei loro effetti devastanti che possono avere sugli adolescenti. La cronaca è ricca di casi di cyberbullismo e di sfide virali che invitano gli utenti a svolgere azioni pericolose fino all’autolesionismo.

A completare l’opera, gli ultimi arrivati sulla scena: i chatbot e l’Intelligenza Artificiale (IA). La loro irriducibile spietatezza è confermata dal fatto che malgrado si sia a conoscenza dei pericoli continuano a imperversare. Gli ottimisti sostengono che la consapevolezza dei mezzi a disposizione costituisce un antidoto per gli effetti nefasti, dipendendo dall’uso che se ne fa.

Ma la storia e la cronaca dimostrano quotidianamente che la coscienza non sembra appartenere a questo mondo. Ora tra gli adolescenti stanno spopolando i chatbot da compagnia. Si tratta di software basati sull’intelligenza artificiale generativa che simulano conversazioni umane, offrendo supporto emotivo, ascolto e interazione sociale 24/7.

A differenza dei chatbot aziendali, orientati su problemi tecnici, questi sistemi mirano a costruire una sorta di legame o “intimità digitale” con l’utente. Vista la loro diffusione la Drexel University di Philadelphia ha effettuato uno studio sull’impatto psicologico che hanno sugli adolescenti dal loro punto di vista. E’ emerso un quadro a dir poco inquietante.

Per la  cronaca la Drexel University è specializzata nell’analisi dell’intersezione tra Human-Computer Interaction (HCI), interazione uomo-Intelligenza Artificiale (IA), interfacce utente conversazionali e informatica sanitaria. I ragazzi esaminati avevano un’età compresa tra i 13 e i 17 anni. Nella prima fase nulla di preoccupante, perché le chiacchierate intercorse si erano rilevate proficue. Si inizia sempre così: prima c’è la seduzione, poi il coinvolgimento e, infine, la dipendenza.

Non è un fenomeno di poco conto, tutt’altro, i cui esiti riguardano la regolarità del sonno, la scuola e i rapporti sociali. Sono stati riscontrati elementi di conflitto, privazione e, poi, recidiva proprio come le dipendenze classiche. I ragazzi da un lato desideravano comunicare coi chatbot, dall’altro venivano assaliti dal rimorso scaturito dalla cognizione di un loro uso prolungato. In alcuni casi si è verificato un rapporto quasi umano con essi, frutto della loro natura personificata.

Provocano dipendenza e crisi d’astinenza nei più giovani

Inoltre la sospensione del loro uso ha provocato una forma di crisi di astinenza. E’ chiaro che si tratta di uno studio circoscritto a un centinaio di adolescenti e, quindi, va preso con le pinze. Tuttavia le indicazioni a cui sono giunti i ricercatori non vanno sottovalutate. Potrebbe trattarsi di una trasformazione delle dipendenze tecnologiche, dovute alle peculiarità strutturali dei chatbot.

Poiché sono simili alle persone, dotati di varie combinazioni comunicative e di ricordi, il confine tra relazione virtuale e reale è molto esile. Gli studiosi hanno invitato le istituzioni preposte a ideare chatbot con superiori garanzie a vantaggio dei più giovani che sono in una fase critica della loro esistenza e dei più fragili, facili prede di dipendenze di ogni tipo.

Ma siamo sicuri che la tecnologia e l’IA ci stanno offrendo i benefici di cui tanto si parla? Dagli indizi, che essendo tanti possono essere una prova, si direbbe il contrario.