Guardali bene in faccia: la truffa degli influencer che non esistono

Addio a Chiara Ferragni e ai testimonial da strapagare: adesso i volti che ti consigliano i prodotti sui social sono creati al computer.

Hanno la pelle perfetta (forse troppo), un sorriso smagliante, l’aria di chi ha appena scoperto il segreto della felicità e una voglia matta di consigliarti un’app di foto, un vestito alla moda o l’ultimo servizio imperdibile. Ti guardano dritto negli occhi dallo schermo del telefono, parlano con spontaneità e sembrano i classici ragazzi della porta accanto. Peccato che, se provassi a cercarli nel mondo reale, non troveresti un bel nulla. Quelle persone non esistono.

Il mondo del marketing ha appena compiuto il grande sorpasso. Per anni i marchi globali hanno inseguito, coccolato e strapagato gli influencer, sborsando cifre astronomiche per un singolo post sponsorizzato. Oggi, le aziende hanno trovato la scorciatoia perfetta: licenziare gli umani e creare i propri testimonial direttamente con l’intelligenza artificiale. Un esempio su tutti è il caso di Aitana Lopez, modella bellissima da 390mila follower su Instagram e un unico “neo”: non esiste.

A scoperchiare il vaso di Pandora è stata un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, che ha documentato come decine di brand stiano popolando i social network con video-recensioni e testimonianze “apparentemente spontanee” interamente generate dall’intelligenza artificiale. Non parliamo di bizzarri personaggi digitali in stile manga o di robottoni fantascientifici, ma di veri e propri cloni digitali umani programmati per recitare la parte del cliente entusiasta.

I dettagli emersi dall’indagine fanno accapponare la pelle per la loro precisione:

  • L’app Once: la società Reality Defender, specializzata nel rilevamento di deepfake, ha messo sotto i propri scanner le campagne promozionali di questa famosa app fotografica, scoprendo che gli influencer utilizzati per spingerla erano totalmente artificiali.
  • Il caso Maket: l’applicazione di progettazione immobiliare ha dovuto ammettere pubblicamente di aver sperimentato l’uso di avatar generati dall’IA a scopo promozionale.
  • I colossi della moda: anche diversi marchi dell’abbigliamento stanno sostituendo i modelli professionisti con manichini digitali cuciti su misura dagli algoritmi, azzerando i costi di casting, trucco, parrucco e shooting fotografici.

Perché i brand lo fanno? Semplice: un influencer artificiale non invecchia, non si stanca, non chiede aumenti, non finisce al centro di scandali giudiziari che rovinano la reputazione dell’azienda e, soprattutto, fa e dice esattamente ciò che decide l’algoritmo.

Il problema enorme, che sta già sollevando polveroni tra le autorità di vigilanza, è la mancanza di trasparenza. Se un utente guarda un video convinto di ascoltare il consiglio disinteressato di una persona reale, e invece sta subendo il lavaggio del cervello da parte di un software di proprietà del brand stesso, non siamo più nel campo della pubblicità: siamo in quello della manipolazione psicologica di massa.

La prossima volta che scorrendo i reel di Instagram o i video di TikTok vedrete uno sconosciuto raccomandarvi un prodotto miracoloso con troppa enfie, fateci caso: guardate la frequenza con cui sbatte le palpebre, i movimenti insoliti degli angoli della bocca o la strana staticità dei capelli. Potreste essere davanti all’ennesimo fantasma digitale programmato per svuotarvi il portafoglio.