Le istituzioni internazionali sono sorde ai richiami degli ambientalisti e continuano imperterrite nelle loro malefatte. La crisi climatica è ormai un conflitto fra Stati.
I ghiacciai della Groenlandia rischiano l’estinzione! Un tempo la Groenlandia era nota come la “Terra Verde”, così definita dal vichingo Erik il Rosso. Una forma di marketing per attirare coloni verso le aree costiere più miti, malgrado i suoi, quasi del tutto, inabitabili ghiacciai. Oltre ai vichinghi era abitata dagli Inuit, popolazioni indigene che si adattarono al clima estremo, arrivando dal nord-ovest e sopravvivendo dove i vichinghi scomparvero. Famosa per la sua enorme calotta glaciale, iceberg, orsi polari, caribù e la cultura legata alla caccia e alla pesca.
Dal 1814, dopo la separazione dalla Norvegia, è rimasta sotto il controllo danese, trasformandosi da colonia a parte integrante del regno, pur mantenendo un’ampia autonomia dal 1979. E’ l’isola più grande del mondo (non continentale) e riveste un ruolo critico negli studi sul cambiamento climatico. Negli ultimi mesi è balzata agli onori della cronaca internazionale per le minacce di invasione militare da parte degli Usa, mutate poi in proposta d’acquisto.
Attualmente la situazione è stazionaria. Il forte interesse verso quest’isola così impervia è rappresentato dalla presenza nel sottosuolo delle cosiddette “terre rare”, un gruppo di elementi chimici metallici, fondamentali per la tecnologia moderna e la transizione energetica. Prima che le risorse del sottosuolo suscitassero l’ingordigia e le mire di possesso dei padroni del vapore internazionali, l’isola è stata il luogo di studio da parte di scienziati di tutto il mondo, soprattutto per il cambiamento climatico.
Oggi si sta assistendo alla fusione dei ghiacciai a causa dell’aumento delle temperature, che ha provocato allarme tra gli studiosi. E’ un fenomeno, infatti, che potrebbe provocare l’innalzamento del livello del mare di 7 metri, con gravi rischi per 6 milioni di abitanti delle fasce costiere del pianeta. Un altro effetto nefasto è quello provocato dalla trivellazione del suolo terrestre e marino che produce danni ambientali, paesaggistici e socio-economici significativi.
Ad esempio in mare si rischia di contaminare l’acqua con sversamenti accidentali di greggio o fanghi di perforazione, danneggiando ecosistemi come barriere coralline, foreste di mangrovie e paludi salmastre. La ricerca di giacimenti tramite l’airgun (spari di aria compressa) produce un inquinamento acustico sottomarino enorme (pari a 100mila volte il rumore di un jet) che può causare lesioni permanenti o la morte di cetacei e pesci, oltre a provocare spiaggiamenti.
L’estrazione rilascia metano (un potente gas serra) e anidride carbonica contribuendo alle modifiche climatiche. A terra le operazioni di trivellazione richiedono la rimozione della vegetazione, la costruzione di strade e infrastrutture, frammentando gli habitat naturali e riducendo la biodiversità. Le attività di iniezione di fluidi nel sottosuolo possono alterare gli equilibri rocciosi, provocando micro sismicità. Sversamenti, anche di piccola entità, possono compromettere le attività commerciali locali come la pesca, l’acquacoltura e il turismo costiero.

Le trivellazioni in aree incontaminate (Artico o parchi marini) mettono a rischio ecosistemi molto delicati. Infine il Mar Mediterraneo è particolarmente vulnerabile. Studi evidenziano che l‘87% delle aree monitorate presenta problemi di inquinamento, e le trivellazioni aumentano i rischi per la fauna, in particolare per i cetacei.
Si tratta di considerazioni sui cui quasi tutti gli scienziati sono d’accordo. Solo che le istituzioni internazionali sono sorde ai lori richiami e continuano imperterrite a perseverare nelle loro malefatte. La crisi climatica si sta trasformando in conflitti tra gli Stati. Alla razionalità e consapevolezza si sta rispondendo con l’annosa legge del più forte di chi non vede, o, peggio, finge di ignorare l’interdipendenza e i forti legami dell’umanità. Al punto in cui si è la caduta di uno crea un effetto domino.
L’unica soluzione sarebbe conciliare ed equilibrare il proprio processo e gli atti con la natura e il resto degli esseri umani. Semplice no? Eppure i “grandi” della Terra la pensano diversamente. E noi subiamo passivamente…