Anche dopo la pensione, sempre più insufficiente, sono sempre di più le persone che continuano a lavorare, vuoi per un reddito più alto, vuoi perchè non sanno fare altro.
In tutta Europa è scoppiata una sorta di “pandemia da pensione”. Vale a dire che le pensioni sono talmente basse che si è costretti, comunque, a lavorare per sbarcare il lunario. Il fenomeno accomuna un po’ tutti i Paesi europei, per cui secondo Eurostat (l’ufficio statistico europeo), l’assegno di quiescenza equivarrebbe al 58% dello stipendio.
Le retribuzioni medie non sono granché ed il rischio povertà riguarda 1 pensionato su 6. Si comprende benissimo che queste condizioni non potranno garantire lo stesso tenore di vita precedente, che già non era eccellente ma consentiva, comunque, di andare avanti. Cosa fare dunque? Non resta che continuare a portare sulle spalle il fardello del lavoro. Alcuni lo fanno per piacere e per stare in movimento, ma molti lo fanno perché costretti dalle circostanze economiche.
Stranamente sono i Paesi nordici ad avere un’alta percentuale di pensionati-lavoratori, mentre è bassa in Romania, Grecia, Spagna e Croazia. Per quanto riguarda la Grecia invece, è da registrare che in passato era vietato per legge lavorare dopo la pensione. Ma la crisi economica e un nuovo metodo di calcolo hanno portato ad una posizione più morbida. Una situazione simile c’era in Italia dove era vietato il cumulo pensione/reddito.
Nei Paesi dove ci sono più lavoratori-pensionati, ovviamente, l’assegno di quiescenza è insufficiente alla sopravvivenza, per cui molti sono costretti a lavorare, confermando l’incapacità del sistema pensionistico di erogare assegni dignitosi. Poi c’è una fetta di pensionati ancora vigorosi e desiderosi di continuare a lavorare che vogliono guadagnare per avere un tenore di vita il più alto possibile. Il Belpaese ha registrato una percentuale del 2,8% di persone che continuano a lavorare, per necessità, dopo la pensione.
Può trattarsi però di un dato farlocco dovuto ad un’economia sommersa molto diffusa. Il pensionato si trova in una posizione, in un certo senso, privilegiata: avere comunque un reddito certo, a cui può aggiungere quello “in nero” esente da tasse e contributi. Una situazione eccellente. Il NIDI (Netherlands Interdisciplinary Demographic Institute) è l’istituto nazionale olandese dedicato allo studio scientifico della popolazione e della demografia.

Effettua ricerche interdisciplinari e di alto livello su tematiche quali migrazioni, invecchiamento, fecondità e mortalità. Ebbene è giunto a due conclusioni a dir poco sconvolgenti: a) i Paesi con pensioni basse hanno una quota più alta di persone che lavorano dopo il pensionamento; b) quelli con pensioni più sostanziose registrano una crescita di lavoratori dopo la messa a riposo.
Secondo la ricerca i pensionati di oggi sono più in buona salute e con un maggiore grado di istruzione rispetto al passato ed hanno un rapporto più intenso col lavoro. Una buona parte lavora per il gusto di farlo e per non perdere l’identità sociale. A questo andamento si sono adeguate anche le aziende, oggi più propense ad assumerli. Questa tendenza è dovuta ai cambiamenti demografici e alla cronica mancanza di personale.
E’ come avere un surplus di forza lavoro. Nei Paesi più poveri molti pensionati desidererebbero lavorare ma è il lavoro che latita, che è uccel di bosco anche per chi è disoccupato. Sta di fatto che, in linea generale, una volta in pensione non si dovrebbe pensare al lavoro, né per necessità, né per scelta, ma dedicarsi ad altro, ai propri hobby e desideri.
Probabilmente si continua a lavorare perché non si sa fare altro, fagocitati da un meccanismo totalizzante che annienta qualsiasi alternativa.