Corruzione in Laguna, il “sistema Venezia” nelle carte dell’inchiesta

Il sindaco Brugnaro e l’amministrazione di centrodestra decisi a tirare avanti nonostante la bufera giudiziaria, mentre l’opposizione a Cà Farsetti invoca le dimissioni.

Venezia – Il centrodestra lagunare tira dritto, va avanti nonostante il ciclone giudiziario che ha travolto l’amministrazione comunale, ma a Cà Farsetti sono consapevoli di essere seduti su una polveriera. Ieri in Consiglio comunale il sindaco Luigi Brugnaro non era presente, ha affidato un suo messaggio all’Assemblea, c’erano invece molti veneziani e i ragazzi dei centri sociali che hanno più volte interrotto i lavori con cori che invocavano le dimissioni del sindaco. Sulle barricate anche i consiglieri di centrosinistra, che in segno di protesta hanno lasciato il Consiglio.

Nell’ordinanza del gip i colloqui “proibiti” dell’assessore Boraso con gli imprenditori

Il convitato di pietra in Aula era Renato Boraso, assente giustificato perché rinchiuso in carcere a Padova, la figura che secondo i magistrati rappresenta il dominus di quel sistema parallelo che patrocinava appalti e affari in Laguna. Non adamantino a detta delle carte accumulate dall’accusa. Appalti sì, ma in cambio di denaro, appartamenti, assunzioni di clientes, sponsorizzazioni, perfino di preferenze elettorali. Un sistema che non avrebbe battuto ciglio nel promettere favori ad un magnate di Singapore per cedergli a 150 milioni di euro un’area fra terra e laguna di proprietà del sindaco Brugnaro, con la promessa di varare ex post provvedimenti edilizi e urbanistici finalizzati al raddoppio della superficie edificabile.

Il profilo di Boraso tracciato dal lavoro degli inquirenti è quello di un alacre businessman, epicentro di una fitta rete di affari che l’assessore alla Mobilità favorisce, alimenta, difende, confondendo però la figura del manager con quello dell’amministratore pubblico, finendo così per mettersi nei guai. Arrivando al paradosso, rivelato da una delle tante intercettazioni che lo riguardano, di prospettare una causa milionaria ai danni della stessa amministrazione di cui fa parte: “Bisogna fare una causa di 10 milioni di euro ai danni del Comune, che ci ha preso per il c…“, sbotta Boraso non sapendo di essere ascoltato. Si riferisce all’autorizzazione che non arriva per un maxiparcheggio dalle parti dell’aeroporto Marco Polo, per cui realizzazione, secondo gli inquirenti Boraso ha concordato una mazzetta da 60mila euro. Ma il boccone più grosso è quello promesso dall’imprenditore Fabrizio Ormenese, adesso in carcere come il sodale assessore, disposto a concedere a Boraso 200mila in cambio di una variante su un terreno al Rione Pertini. Un bonus da capogiro: “Quando è a posto l’operazione, siccome tu mi hai dato una mano in tutto, ti faccio un bonus di 200 mila. Non ti ho detto niente! Abbiamo fatto un accordo nostro, ti do 200 mila, tu fai quello che vuoi”.

C’ è anche il Boraso mecenate: in cambio di appalti pubblici spunta sponsorizzazioni sportive per il basket Favaro, squadra del suo quartiere, come per la Reyer del sindaco. Senza dimenticare la sua percentuale. Per i magistrati l’assessore applica un suo personale tariffario: una percentuale sui lavori ottenuti dagli imprenditori amici, integrata talvolta da quote fisse annue. Ma sono gli affari immobiliari ad appassionarlo, soffre per le lottizzazioni ferme, tanto da arrivare in un caso documentato, e intercettato, a tirare per la giacchetta lo stesso sindaco, che risponde: “Scoltami! Le ho prese in mano e adesso le sblocco… le ho sistemate, punto e basta! Va ben? Ti ho dato il messaggio”.

Dalle intercettazioni incluse nell’ordinanza del gip emerge la possibilità concreta che il sindaco sospettasse dei metodi “poco ortodossi” del suo assessore. C’è una frase su tutte, rivolta da Brugnaro a Boraso a farlo sospettare: “Tu non capisci un c…! Mi stanno domandando anche a me che tu domandi soldi”. E in un altro frangente, durante un incontro tra i due in merito a lottizzazioni da sbloccare, Brugnaro conferma di la volontà di sbloccarle quanto prima, intimando però perentoriamente a Boraso di non intromettersi, dicendo di averle affidate a un’altra persona: “Gli ho dato tutto in mano a lui! Tu cerca di non intrometterti”.

I guai di Brugnaro, invece, il filone su cui stanno indagando i pm, si chiamano Pili, l’area di oltre 40 ettari fra terra e laguna che l’attuale primo cittadino acquistò a 5 milioni di euro nel 2006 e per la quale aveva mostrato interesse l’imprenditore di Singapore Ching Chiat Kwong. Una volta diventato sindaco — scrive il gip — Brugnaro concordò con lui il versamento di 150 milioni di euro in cambio del raddoppio dell’edificabilità. L’affare non andò in porto ma sul tavolo, sotto la lente dei magistrati, rimane la vendita a prezzi ritenuti scontati di palazzo Papadopoli, un sospetto “regalo” del Comune al magnate, forse per invogliarlo all’investimento milionario.

Facebook
Twitter
LinkedIn
WhatsApp
Email
Stampa