Non se ne parla più forse perchè il termine appare ormai desueto. Cementificazione e urbanizzazione selvagge hanno provocato uno squilibrio ambientale difficilmente sanabile.
La parola natura sta scomparendo dal vocabolario. Anche le parole tirano le cuoia, non solo gli esseri viventi. Tra queste il termine “Natura”. Non poteva essere altrimenti visto che quasi il 70% di persone ubicati nelle grandi città non sa cos’è uno spazio verde. Secondo il Centro di ricerca sulle soluzioni basate sulla natura a zero emissioni di carbonio, dell’Università di Derby, Regno Unito, la scomparsa di questo termine è “un’estinzione dell’esperienza”.
Inoltre la sua perdita è un indizio che anticipa altri fenomeni come la crescita dell’isolamento urbano legata al calo di contatti con l’esterno. La natura si è trasformata in un accessorio, priva di significati, a causa dell’urbanizzazione selvaggia che ha spinto l’essere umano sempre più distante da essa e di una crescita economica illimitata. Meno contatti con la natura producono un impoverimento del linguaggio. Se si pensa che l’80% della popolazione vive in città, l’effetto non poteva che essere questo.
Avendo poco a che fare con essa si cancella la possibilità culturale di avvicinarsi, come conferma l’eredità sempre più ridotta trasmessa alle generazioni future. Pare che rispetto ai testi del 1800, siano state abolite il 60% delle parole naturali, soprattutto quelle che significano contatto con l’ambiente, relazione tra l’uomo e il paesaggio.
Secondo uno studio curato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), l’accesso ai Green Urban Public Spaces (GUPS, gli spazi pubblici Urbani, aree verdi accessibili alla collettività all’interno delle città) è possibile al 30% dei residenti entro 300 metri a piedi.
E poi ci si meraviglia dell’ignoranza della parola natura? Il rapporto con la natura se diventa solo occasionale, rallenta la trasmissione alle generazioni successive. La disconnessione con la natura è alimentata dall’urbanizzazione e dalle condizioni abitative. Questa situazione è facilitata dalla legislazione del nostro Paese, che pur prevedendo spazi verdi nelle città li considera elementi di arredo urbano, poco importa se e come vengono usufruiti.

La scomparsa della natura dal paesaggio non è dovuta al Fato cinico e beffardo, ma è il frutto di precise scelte di politica urbanistica. La natura non dev’essere considerata un arredo urbano, ma progettata in maniera tale da poter essere vissuta come “spazio comune” che riconquisti valore e centralità nella città. Se essa scompare dal linguaggio e dall’esperienza quotidiana, diventa complicato immaginare un futuro. Perché si perde una fetta importante di cultura e vita.
Il processo di crescita e diffusione delle metropoli ha provocato migrazioni, spesso forzate, dalle campagne, concentrazione di persone, trasformazione di stili di vita, comportamenti e costumi sociali. Gli impatti sociali e ambientali sono stati significativi, come la densificazione, l’inquinamento e la perdita di biodiversità. Una situazione siffatta andava regolata da una classe politica lungimirante che andasse oltre l’ordinaria amministrazione.
Quella attuale è concentrata sui XXV Giochi olimpici invernali, noti anche come Milano-Cortina 2026 che sono in corso di svolgimento e che termineranno il 22 febbraio, con un giro di affare stimato in miliardi di euro. Tranne che per albergatori e ristoratori di Milano e dintorni. La natura può anche aspettare.