Cinque giorni di lavoro e un licenziamento a voce: l’hotel a 5 stelle deve 60mila euro

La cameriera fu scartata “per la prova non superata”. Ma i giudici hanno svelato il trucco: aveva già lavorato in nero.

Venezia – Cinque giorni. Tanto è bastato per essere assunta, messa alla prova e poi liquidata con una manciata di parole, senza nemmeno una lettera. Ma quel licenziamento sbrigativo, comunicato a voce dentro un hotel a cinque stelle lusso del Lido di Venezia, si è trasformato in un boomerang da 60mila euro. A pagare il conto è la Dogale Ospitalità & Benessere Srl, proprietaria dello storico Ausonia Hungaria, condannata prima dal giudice del lavoro e poi dalla Corte d’Appello di Venezia a risarcire l’ex dipendente che aveva osato fare causa. E vincere, in entrambi i gradi di giudizio.

La protagonista di questa vicenda è una addetta alle colazioni, cameriera di sala nel cinque stelle affacciato sul Gran Viale Santa Maria Elisabetta. Tutto sembrava filato liscio secondo i piani dell’albergo: assunzione, breve periodo di prova e, alla prima occasione, la porta. Il licenziamento le viene comunicato oralmente il 5 aprile 2024, con la motivazione del mancato superamento della prova. Nessun atto scritto, nessuna formalità.

Ma la donna non si arrende. Assistita dal sindacato autonomo Fiadel Csa Cisal e dagli avvocati Emanuele Carniello e Giulia Zucchini dello studio Avvecom di Padova, dopo un tentativo di conciliazione fallito porta l’hotel davanti al giudice del lavoro. E qui emerge il dettaglio che ribalta tutto.

Perché il rapporto tra la lavoratrice e l’albergo non era iniziato con il contratto. I primi contatti risalgono al 15 dicembre 2023, con la firma di una promessa di assunzione. Il contratto scritto, però, arriva solo il 28 marzo 2024. Nel mezzo, dal 21 al 26 marzo, la donna si era già presentata in sede: aveva provato la divisa, ricevuto il badge e soprattutto imparato a usare il gestionale informatico degli ordini. Giorni che, per la giudice Anna Menegazzo, non erano affatto una passeggiata di cortesia.

La difesa dell’hotel, con l’avvocato Pierpaolo Favaron, aveva provato a smontare l’accusa: in quei giorni la dipendente non avrebbe lavorato, l’albergo era pure chiuso. Tesi respinta. Per la magistrata quella “familiarizzazione con il programma gestionale degli ordini» costituisce “attività caratteristica dell’inizio di un nuovo rapporto di lavoro. Tradotto: la donna stava già lavorando, di fatto in nero, prima ancora di firmare. E con un rapporto ormai avviato, il richiamo al periodo di prova diventa carta straccia.

Da qui la nullità del licenziamento e una condanna pesante: 12 mensilità di indennità risarcitoria, pari a 1.816 euro al mese, a cui si sommano altre 15 mensilità per la rinuncia della lavoratrice al reintegro sul posto di lavoro. Più i contributi previdenziali e le spese legali dei due gradi di giudizio. Totale: circa 60mila euro. Un conto salatissimo, per cinque giorni di lavoro.

La Corte d’Appello, presieduta dal giudice Gianluca Alessio, ha confermato tutto in una sola udienza. L’hotel, che si dice “vittima di una situazione non voluta”, non si arrende del tutto: resta aperta l’ipotesi di un ricorso in Cassazione, ma solo dopo aver letto le motivazioni della sentenza, attese entro un mese.