L’ergastolo resta confermato, ma un nuovo appello dovrà stabilire se l’omicidio di Giulia Tramontano fosse stato pianificato con mesi di anticipo.
Milano – L’ergastolo per Alessandro Impagnatiello non si tocca. Ma il processo non è finito: la Corte di Cassazione, nelle motivazioni della sentenza emessa il 9 aprile, ha ordinato un nuovo giudizio d’appello per riesaminare un aspetto che i giudici di secondo grado avevano ignorato, ovvero se l’omicidio di Giulia Tramontano fosse stato premeditato.
Secondo la Suprema Corte, le prove c’erano e non sono state considerate. L’idea di uccidere la compagna, sostengono i magistrati, non nacque nella mente di Impagnatiello la sera del delitto, ma molto prima.
Il punto cruciale emerso dagli esami scientifici e tossicologici riguarda la presenza di bromadiolone nel corpo di Giulia e del feto. Si tratta di un veleno rodenticida che, stando ai risultati delle analisi, le veniva somministrato già dal dicembre 2022. Nelle settimane che precedettero la morte, la quantità aumentò in modo consistente e progressivo. Per la Cassazione, quel dato racconta qualcosa di preciso: non un gesto dettato dalla rabbia o dal panico, ma un piano portato avanti con metodo per mesi.
Giulia Tramontano aveva 29 anni ed era al settimo mese di gravidanza quando fu uccisa a Senago, nell’hinterland milanese, il 27 maggio 2023. Il figlio che aspettava si sarebbe chiamato Thiago. A toglierle la vita fu il fidanzato Alessandro Impagnatiello, barman trentenne all’epoca dei fatti, che si accanì sulla vittima con 37 coltellate. Nei giorni precedenti il delitto, Giulia aveva scoperto che lui conduceva una doppia vita: aveva una relazione parallela con una collega di lavoro. Dopo l’omicidio, Impagnatiello nascose il corpo per diversi giorni prima di confessare e indicare agli inquirenti dove si trovasse.
Su quei mesi di avvelenamento silenzioso e su ciò che rivelano sulle intenzioni dell’imputato, un nuovo collegio d’appello sarà ora chiamato a pronunciarsi.