Gli esperti avvertono: “Le prossime estati saranno peggiori”. La svolta è adattare città e case, ma senza tagliare le emissioni sarà solo un alibi.
Roma – Prepariamoci a soffrire ancora: il grande caldo non molla la presa e resterà a stringere l’Italia in una morsa rovente per almeno altri dieci giorni, fino a dopo Ferragosto. La quarta ondata africana della stagione rischia di essere la più lunga di sempre, e gli esperti lanciano un avvertimento che gela il sangue nonostante l’afa: questa estate 2026, già proiettata a superare il tremendo record del 2003, un giorno la ricorderemo con nostalgia. Perché quelle che verranno saranno anche peggiori.
Ieri il termometro ha toccato vette impressionanti: 48 gradi rilevati sull’asfalto della Stazione Centrale di Napoli e al mercato ortofrutticolo di Afragola, secondo il monitoraggio di Legambiente Campania. Oggi restano ben 26 le città col bollino rosso del ministero della Salute, il livello massimo di allerta, destinate a scendere a 21 sabato 8 agosto. Ma la temperatura percepita resterà sopra i livelli di guardia, mentre al Nord arriveranno i temporali di calore a portare un piccolo, effimero sollievo.
A far paura non è più l’eccezione, ma la regola. Marco Morabito, primo ricercatore del Cnr, non usa giri di parole: “Questa oramai è una situazione non più emergenziale, ma strutturale. Le estati saranno sempre più spesso di questo tipo”. Un allarme condiviso dal fisico dell’atmosfera dell’Università di Trento, Lorenzo Giovannini, per cui “questa di adesso sembra poter essere la nuova norma“.
La ricetta per sopravvivere, dicono gli scienziati, ha un nome solo: adattamento. Bisogna partire dalle nostre case, spiega Morabito a Il Messaggero: “È fondamentale che i tetti siano bianchi o di colorazione chiara, con materiali che aumentino l’albedo, vale a dire la capacità di riflettere la radiazione solare“. Servono schermature esterne, frangisole, persiane e tende, ma soprattutto più verde urbano, perché “il fenomeno del consumo di suolo dilaga e bisogna invertire la tendenza”.
Ma c’è chi invita alla prudenza. Il geologo Mario Tozzi ha un dubbio che riguarda proprio noi: “In realtà non siamo così bravi ad adattarci. Ci siamo riusciti grazie alla tecnologia, ma c’è un costo ambientale da pagare. Il climatizzatore rinfresca dentro casa, ma espelle calore fuori e rende più calda la città”. La vera strategia, come sottolinea a Il Corriere della Sera, passa dalla trasformazione radicale degli spazi, sul modello di Parigi o di Medellín, in Colombia, dove sono stati piantati 200 mila alberi e realizzati 35 corridoi verdi: “Servono boschi orizzontali, non verticali“.
E i rifugi climatici? “Un rimedio d’emergenza, non una strategia”, taglia corto Tozzi. “Possiamo davvero pensare di trascorrere le nostre estati chiusi in un cinema o in un centro commerciale?”. Il rischio, avverte, è che l’adattamento diventi un pericoloso alibi: “Se non riduciamo le emissioni di gas serra, a un certo punto non basterà più“. Con una previsione che spegne ogni speranza: “Il 2027 potrebbe essere ancora più difficile per effetto di un possibile Super El Niño“.