Arena contro Crocetta, atto secondo

La Corte d’Appello torna a esaminare la vicenda nata dalle accuse lanciate in tv nel 2012: al centro del ring la reputazione del giornalista Gregorio Arena e la condanna di primo grado dell’ex Presidente.

Catania – La storia giudiziaria che da oltre un decennio lega Rosario Crocetta e il giornalista Gregorio Arena è tornata davanti alla Corte d’Appello etnea. Una vicenda che nasce nel novembre del 2012 quando l’allora presidente della Regione Siciliana, ospite della trasmissione “L’Arena” condotta da Massimo Giletti, accusò il giornalista di assenteismo e di percepire compensi pubblici ingiustificati. In diretta televisiva Crocetta parlò di un addetto stampa “mai presente a Bruxelles”, arrivando a definire la situazione “ai limiti della truffa” e aggiungendo che avrebbe potuto portare la questione “in Procura”.

Quelle parole, pronunciate davanti a milioni di telespettatori, ebbero un peso immediato. Arena, che seguiva la trasmissione da casa, si riconobbe senza possibilità di equivoci. Tentò da intervenire in diretta per replicare ma senza successo. Pochi giorni dopo presentò querela affidando la vertenza penale all’avvocato Giuseppe Lipera, che da allora lo rappresenta in tutte le fasi del procedimento.

Gregorio Arena (da Facebook)

Nel 2019 il tribunale di Catania ha riconosciuto la responsabilità di Crocetta per diffamazione aggravata, sottolineando come le sue affermazioni avessero “leso gravemente l’immagine, la reputazione e l’onore” del giornalista, attribuendogli fatti determinati e mai verificati. Il giudice ha condannato l’ex presidente a una multa di 800 euro e al pagamento di una provvisionale di 20.000 euro, oltre alle spese legali. Una decisione fondata anche sulle conseguenze personali e professionali subite da Arena che in aula aveva raccontato di aver ricevuto minacce, insulti e di non essere più riuscito a trovare lavoro dopo quella esposizione pubblica.

Nel corso degli anni Giuseppe Lipera è diventato una figura centrale di questa vicenda. Ha seguito il caso con una costanza quasi militare, trasformandolo in una battaglia sulla responsabilità pubblica delle parole e sulla tutela della dignità professionale. Nei suoi interventi processuali ha ricostruito passo dopo passo la carriera di Arena e le sue attività documentate a Bruxelles, i badge, le conferenze, le missioni, contrapponendo la concretezza dei fatti alla leggerezza delle accuse televisive. Per Lipera questa causa non è mai stata soltanto un contenzioso ma la dimostrazione di come un’affermazione pronunciata davanti al pubblico nazionale possa cambiare la vita di una persona e di come il diritto debba intervenire a ristabilire equilibrio e verità.

Crocetta ha impugnato la sentenza sostenendo di essersi basato su informazioni ricevute da dirigenti regionali e di essere stato tratto in inganno. Una linea difensiva che, in Appello, il procuratore generale Antonio Nicastro ha messo in discussione. Nella sua requisitoria Nicastro ha evidenziato come l’ex governatore siciliano, durante la trasmissione, avesse parlato di “visite personali” agli uffici di Bruxelles, riferendo in prima persona circostanze che non coincidono con la tesi dell’equivoco. Ha inoltre ricordato che, anche qualora avesse ricevuto relazioni interne, Crocetta avrebbe avuto il dovere istituzionale di verificarle prima di divulgarle in un contesto mediatico di tale portata.

Giuseppe Lipera da Fb

Pur riconoscendo che il reato è ormai prescritto il procuratore generale ha chiesto la conferma delle statuizioni civili stabilite in primo grado, ritenendo pienamente fondata la responsabilità diffamatoria.

La Corte tornerà a riunirsi il 9 ottobre. In quella data prenderanno la parola l’avvocato Giuseppe Lipera, per la parte civile, e Vincenzo Lo Re, legale di Crocetta. Sarà l’udienza che chiuderà un capitolo aperto nel 2012 e che dovrà stabilire se la condanna civile pronunciata nel 2019 resterà in piedi o meno.