Carcere a vita per Giovanni Barreca e la “coppia diabolica”. Un’intera famiglia morì in un folle rito di purificazione.
Palermo – Il diavolo, se mai è esistito, ora ha tre volti chiusi in una cella per sempre. La corte d’assise di Palermo ha condannato all’ergastolo Giovanni Barreca, il muratore di Altavilla Milicia, e i suoi due complici, Sabrina Fina e Massimo Carandente, per la strage che nel febbraio 2024 spezzò la vita di un’intera famiglia: la moglie Antonella Salamone, 41 anni, e i due figli, Kevin di appena 16 anni ed Emanuel di soli 5. Tre vittime seviziate e uccise nel nome di un delirio mistico, durante quello che i carnefici chiamavano un rito di purificazione dal demonio.
I giudici hanno deciso dopo una camera di consiglio durata oltre dieci ore, il 2 luglio. Alla fine, la pena più dura possibile per tutti e tre. La Procura di Termini Imerese aveva chiesto 30 anni per Barreca, ritenendolo semi-infermo di mente, ma la corte ha respinto quella lettura: il muratore e la coppia sono stati giudicati pienamente capaci di intendere e di volere. Nessuno sconto per la follia.
Ai familiari delle vittime i giudici hanno riconosciuto un risarcimento da un milione di euro. Per i tre condannati scattano anche l’isolamento diurno per tre anni, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e la decadenza dalla responsabilità genitoriale.

L’orrore era venuto alla luce nella notte dell’11 febbraio 2024, con una telefonata agghiacciante: “Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi“. I carabinieri, entrati nella villetta, trovarono a terra i corpi dei due ragazzini. La madre fu ritrovata solo ore dopo: pezzi del suo corpo carbonizzati, sepolti sotto un cumulo di terra in giardino. Era stata uccisa per prima, il 9 febbraio, poi il suo cadavere dato alle fiamme.
Dietro la mattanza, un contesto di fanatismo religioso. Barreca, ossessionato dal diavolo, aveva conosciuto in una chiesa evangelica i due santoni ribattezzati la “coppia diabolica“. Convinti che moglie e figli fossero posseduti, i tre si rinchiusero per giorni in casa alternando preghiere e violenze feroci.
A raccontare quell’inferno è stata la figlia superstite, Miriam, allora 17enne, trovata sotto shock seduta su un letto: i fratellini furono strangolati con delle catene. Processata a parte dal tribunale dei minori, la ragazza era stata condannata a 12 anni e 8 mesi in primo grado, ma in appello è stata assolta perché giudicata incapace di intendere e volere e costretta a partecipare sotto la minaccia di morte.