Agricoltura bio? Il Sud Italia in pole position

Oltre alla produzione biologica è cresciuto anche il consumo, per un valore pari a 3,96 miliardi di euro, mentre i volumi si sono incrementati del 4,3%. Ottimi numeri che fanno ben sperare.

La bioagricoltura alla riscossa, soprattutto al Sud. Non sembra vero poter segnalare che, a volte, i miracoli accadono. O, quanto meno, senza scomodare interventi straordinari e sovrannaturali, un’inversione di tendenza, almeno nel campo dell’agricoltura biologica. La superficie agricola del territorio italiano dedicata al biologico occupa il 20%, un primato in Europa per merito del Mezzogiorno d’Italia. Finalmente qualcosa di positivo anche per un territorio che viene, spesso, raccontato come simbolo di criticità.

E’ quanto afferma l’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), un ente pubblico economico italiano che fornisce servizi informativi, finanziari e assicurativi al settore agricolo, promuovendo anche il ricambio generazionale e la gestione fondiaria, gestendo la Banca delle Terre Agricole per favorire l’accesso alla terra ai giovani agricoltori e supportando la competitività del sistema agroalimentare italiano.

I dati ci informano che il Belpaese ha superato i 2,5 milioni di ettari di bioagricoltura. Manca poco, dunque, per raggiungere il 25%, l’obiettivo da raggiungere nel 2030, almeno questo è l’obiettivo europeo “Farm to Fork (F2F) e Biodiversità”, la strategia dell’Unione Europea (UE) per rendere i sistemi alimentari più sostenibili, sani ed equi, coprendo l’intera filiera, dalla produzione agricola (“dalla fattoria“) fino al consumatore (“alla tavola“). A ciò si aggiunge, sempre per il 2030, la riduzione di pesticidi e fertilizzanti, aumentare il biologico, migliorare il benessere animale e garantire cibo sicuro e accessibile.

Gli altri Stati europei (strano a dirsi) sono nettamente dietro all’Italia, a conferma che il settore sta assumendo un ruolo rilevante nell’economia nazionale, grazie al Sud. L’incremento è determinato da prati, pascoli,  oliveti e vigneti. Inoltre anche la zootecnica dà segnali positivi. Se le aree SAU, Superfici Agricole Utilizzate, una misura che riguarda tutti i terreni effettivamente impiegati per la produzione, inclusi seminativi, orti, prati permanenti, pascoli, coltivazioni legnose agrarie (come frutteti e castagneti) e terreni mantenuti in buone condizioni per scopi agricoli, amano la residenza al Sud non è solo un dato quantitativo ma è il prodotto di aspetti strutturali, ambientali ed economici.

Il Bio al Sud si sviluppa più velocemente

In primis il clima è adatto al bio per la diffusa presenza di superfici collinari e montane, bassa intensità produttiva, biodiversità. Per questo motivo il passaggio al biologico, dal punto di vista tecnico, è stato meno cruento rispetto all’agricoltura intensiva. In questo modo le aziende agricole meridionali hanno potuto puntare sul valore aggiunto e su un prodotto distinguibile e certificato. Sono state rilanciate, così, cerealicoltura, olivicoltura, allevamenti ovicaprini e pascoli estensivi.

Secondo i dati a disposizione il Sud del Paese è il fulcro della rinascita dell’agricoltura biologica ed è stato decisivo per raggiungere quanto prefissato dall’Europa. Oltre alla produzione biologica è cresciuto anche il consumo, per un valore pari a 3,96 miliardi di euro, mentre i volumi si sono incrementati del 4,3%. Inoltre l’aumento dei prezzi è stato più flebile rispetto al mercato convenzionale, aspetto non trascurabile in un periodo storico in cui il potere d’acquisto delle famiglie è al lumicino.

In buona sostanza il prodotto biologico non viene più considerato d’élite ma come un consumo ordinario. Chissà che l’agrobiologico non potrà diventare il volano di una rinascita anche in altri settori della società, in un territorio, il Meridione d’Italia, spesso bistrattato.