Dagli esperti tedeschi sono arrivate indicazioni pesanti: qualcosa di anomalo su cibo e reperti.
Campobasso – C’è una data che a Pietracatella nessuno riesce a dimenticare: il Natale 2025, quando in una casa di via Risorgimento la vita di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara, appena 15, si è spenta tra dolori atroci per un veleno tanto raro quanto spietato, la ricina. Nove mesi dopo, il giallo della ricina conosce la sua svolta più netta: in mano agli inquirenti ci sarebbero ora “elementi certi” che spingono a indagare per duplice omicidio premeditato. Non più soltanto un sospetto sussurrato, ma una pista che prende corpo.
A far pendere la bilancia verso l’ipotesi più agghiacciante sarebbero gli esperti tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino, tra i massimi specialisti al mondo nello studio della tossina. In attesa di depositare le loro relazioni ufficiali, avrebbero già fatto filtrare informalmente indicazioni in quella direzione. E su reperti e alimenti sarebbe emerso qualcosa di “anomalo”: saranno proprio le consulenze in arrivo da Berlino a pronunciare la parola decisiva.
Il dramma si è consumato attorno al giorno di Natale. Madre e figlia, colpite da un forte malore, vennero ricoverate e morirono poco dopo. In un primo momento si parlò di una banale intossicazione alimentare, tanto che cinque medici del pronto soccorso del Cardarelli di Campobasso furono iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Poi il colpo di scena: nel sangue delle due vittime il Centro Antiveleni di Pavia individuò la ricina, la micidiale tossina estratta dai semi di ricino. La perizia autoptica, quasi 900 pagine, ha spazzato via ogni dubbio sulla causa della morte.
Da allora l’inchiesta della Procura di Larino, guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli, con la Squadra Mobile di Campobasso diretta da Marco Graziano, ha imboccato la strada del duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico. Un fascicolo che, formalmente, resta ancora contro ignoti: nessun indagato per gli omicidi, ma un cerchio che si stringe. Gli esami di Berlino hanno escluso che il marito e padre, Gianni Di Vita, e l’altra figlia Alice, sopravvissuti alla tragedia, siano entrati in contatto con il veleno.
Il lavoro degli investigatori si è concentrato sulla casa di via Risorgimento: il 30 luglio sono stati prelevati 131 campioni, spediti nei laboratori tedeschi a caccia di tracce di ricina o di Ricinus communis. Già nei primi giorni erano stati sequestrati 19 alimenti (polenta, funghi, formaggi, olive, polpette, conserve) nel tentativo di individuare il cibo o la bevanda vettore del veleno. Sotto la lente anche telefoni, computer e tablet, per ricostruire relazioni, messaggi ed eventuali ricerche sulla ricina.
Nei mesi si sono susseguite decine di audizioni. Una professoressa di matematica, amica di lunga data di Di Vita, è stata sentita più volte come persona informata dei fatti e messa a confronto con lui in Questura, mentre la difesa continua a tenere aperta un’altra porta: l’avvocato di Di Vita ha ribadito che “l’ipotesi dell’incidente non può essere esclusa”. Ma se le carte tedesche confermeranno gli “elementi certi”, il giallo di Pietracatella potrebbe presto trasformarsi in un’accusa con un nome e un volto.