Dopo due settimane di indagini, Francesco Manfrin è finito in manette per la morte di Roberto Iabichella, trovato carbonizzato in casa il 23 agosto.
Vigevano – C’è una gelosia cieca e feroce dietro il rogo che per due settimane aveva finto di essere una disgrazia. Roberto Iabichella, 60 anni, non è morto tra le fiamme e non si è tolto la vita: è stato picchiato, strangolato e poi dato alle fiamme nel suo stesso letto, in una messinscena costruita nei minimi dettagli per depistare gli investigatori. A smascherare l’inganno è stata la Squadra Mobile della questura di Pavia, che nella mattinata di domenica 6 settembre ha stretto le manette ai polsi di Francesco Manfrin, 48 anni, vicino di casa e amico della vittima.
Il corpo carbonizzato di Iabichella era stato ritrovato domenica 23 agosto nel suo appartamento delle case popolari Aler di via Foscolo, a Vigevano. L’allarme era scattato verso mezzogiorno, quando alcuni residenti avevano visto il fumo uscire dall’abitazione. Un vicino era persino rimasto intossicato nel tentativo disperato di entrare per salvarlo, ma per il sessantenne, che viveva solo, non c’era già più nulla da fare.
In un primo momento tutto sembrava ricondurre a una tragedia domestica: forse una sigaretta caduta sul materasso. Poi i primi accertamenti medico-legali hanno ribaltato lo scenario: sul volto della vittima c’erano gravi lesioni ed evidenti segni di strangolamento. Non un incendio accidentale, ma un omicidio camuffato.
Da lì è partito un lavoro investigativo serrato e coperto dal massimo riserbo. Gli agenti hanno passato al setaccio le immagini delle telecamere di zona, il traffico telefonico, gli accessi all’edificio e le testimonianze di chi conosceva la vittima. Tutti gli indizi hanno finito per convergere su un solo nome: quello dell’amico Manfrin.
Secondo la ricostruzione della Procura, condivisa dal giudice, dopo aver ucciso il sessantenne l’uomo avrebbe usato il cellulare della vittima per inviare messaggi d’addio dai toni affettuosi, così da far credere a un suicidio. Poi avrebbe appiccato il fuoco alla camera da letto dove giaceva il cadavere, sperando di cancellare ogni traccia del delitto.
A muovere la mano dell’assassino, secondo gli inquirenti, sarebbe stata una rivalità sentimentale: una donna che i due uomini si contendevano. Un movente antico, capace di trasformare un rapporto d’amicizia in una condanna a morte.
Non è la prima volta che Manfrin, originario di Palestro, gioca con il fuoco: quattro anni fa aveva tentato il suicidio facendo esplodere con il gas la palazzina in cui abitava. Ora è rinchiuso in carcere con le accuse di omicidio aggravato, incendio e distruzione di cadavere. Le indagini della Mobile, guidata da Andrea Lenoci, proseguono per chiarire ogni dettaglio.