Riportate alla luce anfore rimaste in mare per secoli

La scoperta è partita da un piccolo frammento di terracotta che ha portato all’individuazione dei manufatti integri e ulteriori reperti da identificare.

Olbia – Nell’ambito di un’immersione finalizzata alla sicurezza subacquea, la Squadra Sommozzatori della polizia di Stato di Olbia, dipendente dall’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Sassari, ha effettuato un interessante rinvenimento nelle acque antistanti Porto Rotondo.

Nel corso di una normale attività di immersione finalizzata alla sicurezza dello specchio acqueo, i sommozzatori hanno notato sul fondale un coccio in terracotta, apparentemente riconducibile ad una parte di un’anfora.

Il rinvenimento ha dato impulso a una successiva attività di ricerca, che ha portato, nel corso di una seconda immersione, all’individuazione di tre manufatti in terracotta integri, delle anfore, parzialmente interessati da fenomeni di corrosione. Un rinvenimento che ha immediatamente attirato l’attenzione degli operatori e che ha fatto ipotizzare la possibile presenza, nelle vicinanze, di ulteriori reperti.

Da qui è partita una specifica attività di ricerca subacquea che ha portato al ritrovamento di ulteriori reperti ancora in fase di qualificazione.

I reperti, rinvenuti sul fondale, presentano solo parziali fenomeni di corrosione e sono stati repertati dagli operatori, che hanno quindi proceduto a informare la Soprintendenza ai Beni Archeologici competente.

La scoperta assume particolare interesse alla luce delle prime e preliminari valutazioni effettuate sui manufatti. In attesa degli approfondimenti e della valutazione ufficiale da parte della Soprintendenza per i beni archeologici, le anfore potrebbero essere riconducibili a produzioni provenienti dall’area del Lazio, della Campania o dalla Spagna e potrebbero risalire a un periodo compreso tra la seconda metà del I secolo a.C. e il I secolo d.C.

Un piccolo frammento, dunque, ha rappresentato il punto di partenza di una ricerca che ha consentito di riportare alla luce una testimonianza del passato custodita per secoli sotto il mare di Porto Rotondo.

L’attività svolta conferma il ruolo degli specialisti della polizia di Stato impegnati nel servizio subacqueo, la cui professionalità consente di operare non soltanto nell’ambito della sicurezza e del soccorso in mare, ma anche di contribuire all’individuazione e alla salvaguardia di eventuali beni di interesse storico ed archeologico presenti nei fondali.

Saranno ora gli ulteriori accertamenti, affidati agli organi competenti, a stabilire con precisione l’origine, la natura, la datazione e il valore storico-archeologico dei tre manufatti.