Madri: un mestiere difficile zeppo di rinunce

L’inattività è donna perché investita da responsabilità di assistenza familiare e della crescita dei piccoli, questo è il solito refrain. Ma le cose stanno diversamente.

Da qualche anno sta imperversando nel dibattito pubblico l’acronimo Neet, che può sembrare un’espressione ironica di diniego giovanilistico. In realtà indica i giovani tra i 15 e i 29 anni, anche fino a 34, che non studiano, non lavorano e non frequentano alcun corso di formazione o tirocinio. Il 9 luglio scorso è stato presentato il rapporto annuale Dedalo sul tema.

E’ emersa una forte discriminazione di genere a tutto svantaggio delle donne (vatti a sbagliare). Non si tratta di una scelta ma di una costrizione. Nel senso che se non studiano, né lavorano non è per capriccio, ma perché si occupano della famiglia.

Tra i giovanissimi, in queste condizioni, sono il 78,2% delle madri, mentre il dato si capovolge per i padri, il 19,7%. Per il 50% di queste madri dare alla luce un bambino è quasi una condanna, in quanto la propria vita si svilupperà solo tra le mure domestiche, in pratica un ergastolo. Malgrado qualche lieve calo, il fenomeno nel Belpaese continua ad essere in Europa quello con la più alta quota di espulsi dall’iter scolastico e occupazionale.

Ci si lamenta delle denatalità e poi mettere al mondo un figlio si trasforma in un pericolo. Quale politiche sociali sono state attuate per debellare il fenomeno? I fatti raccontano che gli interventi sono stati prossimi allo zero e quelli realizzati inefficaci, infatti se ne parla ancora come un’emergenza. E’ il solito refrain: l’inattività è donna perché investita di responsabilità di assistenza famigliare e di crescita dei piccoli.

Per i maschi la causa della disoccupazione non è la responsabilità familiare ma un complicato mercato del lavoro. Inoltre il rapporto ha indagato la funzione dell’istruzione. Nonostante la laurea sia una sorta di tutela nei confronti dell’inoccupazione, perde efficacia nel divario di genere. Anche tra i possessori di un titolo accademico la quota di Neet è più alta tra le donne.

Grandi rinunce per le mamme che si occupano dei figli e della casa

Questo fatto è ancora più marcato tra genitori laureati con figli: le madri, per l’ennesima volta, manifestano una percentuale 10 volte maggiore nei confronti dei padri. Quindi laurea o non laurea il fenomeno ha a che fare con la struttura socioeconomica, con la concezione della vita familiare e la suddivisione dei carichi di cura. Non è che il divario è apparso con la genitorialità ma è presente già da prima.

Insomma continua la recita del solito copione che è più o meno costante in tutte le fasce d’età, a conferma di un paradigma culturale atavico, tetragono a qualsiasi forma di cambiamento e fortemente diseguale verso le donne. Anche nel modo in cui ci si relaziona col mercato del lavoro, si è confermata la stessa discrepanza.

La quota più alta riguarda chi il lavoro non lo cerca e non è intenzionato ad accogliere un’eventuale offerta. Secondo gli autori ormai si è intrapresa una brutta china, col grande rischio che nei prossimi anni si suonerà sempre la stessa stonata musica. Ma le orchestre che ci sono in giro non possono che suonare un tetro e funereo requiem che rischia di replicare, se non peggiorare lo stesso fenomeno.

Un autentico de profundis per intere generazioni. La scuola dovrebbe essere la prima palestra di vita, per contrastare il divario di genere. E’ il primo mattone su cui costruire le fondamenta per la professione e le relazioni affettive.

La cronaca ci racconta che può essere fragile, poco resistente e soggetto a sbriciolarsi. In una parola: inutile.