Il freddo di Perugia e l’ombra di un mistero

Vent’anni fa la scomparsa di Sonia Marra, inghiottita nel buio dell’Umbria: la famiglia chiede verità e giustizia per un corpo mai ritrovato.

Perugia – È il 16 novembre 2006. Perugia si sveglia avvolta nel freddo umido dell’autunno umbro, del tutto ignara di trasformarsi nel teatro di una delle sparizioni più cupe e inspiegabili della cronaca nera italiana. Sonia Marra ha venticinque anni, gli occhi scuri, i capelli neri e un sorriso schivo che tutti descrivono come riservato, quasi timido. Originaria di Specchia, nel Salento, vive in Umbria dal 2001: studia per diventare tecnico di laboratorio medico e lavora come segretaria presso la facoltà di Teologia.

La sua è una vita scandita da ritmi precisi e da una routine rassicurante. Con la famiglia parla ogni giorno, quasi alla stessa ora. Il pomeriggio del 16 novembre Lucia, la madre di Sonia, risponde all’ultima chiamata della figlia. Nessuno può immaginare che sarà l’ultimo contatto. Quando alle 21.00 la madre prova a richiamarla, entrambi i cellulari di Sonia risultano spenti. Le ore passano, i tentativi si moltiplicano, ma il silenzio rimane ostinato. Per la famiglia non ci sono dubbi: a Sonia è successo qualcosa. Eppure, per gli investigatori si tratta inizialmente soltanto della scomparsa di una maggiorenne e l’allarme viene derubricato a un possibile allontanamento volontario. I familiari, convinti dell’assurdità di quell’ipotesi, si mettono subito in viaggio dal Salento verso Perugia.

Prima di trasferirsi nel piccolo appartamento in affitto al civico 45 di via Purgotti, Sonia risiede nel complesso monastico di Montemorcino, una struttura che ospita diverse attività, tra cui la facoltà di Teologia e gli alloggi per gli studenti. È un ambiente raccolto dove la ragazza stringe poche ma preziose amicizie. Un percorso universitario inizialmente solido subisce una battuta d’arresto; Sonia confida a pochi conoscenti di voler tornare a Specchia per concentrarsi sulla tesi, anche se in realtà ha superato solo sei esami. Poi rientra a Perugia, pronta ad affrontare uno scoglio importante: l’esame di microbiologia.

Nella vita sentimentale e personale di Sonia si intrecciano due figure maschili principali. Da un lato c’è Michele Iannacone, il suo primo amore, con cui mantiene un legame di profonda confidenza anche dopo la fine della loro storia durata 6 anni. A lui Sonia rivela un episodio inquietante, sostenendo di essere stata molestata dentro il complesso di Montemorcino da un uomo di cui non farà mai il nome. Dall’altro lato c’è Umberto Bindella, un agente del Corpo Forestale e studente di teologia conosciuto nel 2005. I due vivono questo legame in modo opposto: Sonia ne parla come di una frequentazione importante ma difficile da decifrare, mentre Bindella sosterrà sempre che si trattava solo di un’amicizia superficiale.

Nei giorni precedenti alla scomparsa si aggiunge l’ansia per un ipotetico stato di gravidanza. Bindella racconterà di averle procurato due test per aiutarla in un momento di smarrimento, escludendo però qualsiasi coinvolgimento personale. La mattina stessa del 16 novembre, una visita medica condotta dalla dottoressa Andreani smentisce categoricamente i dubbi: Sonia non è incinta, ma l’angoscia generale attorno alla sua figura non accenna a svanire.

La sera del 16 novembre, attorno alle 19.00, in via Purgotti si consuma una scena da thriller osservata con gli occhi di una bambina. Giorgia Cicogna ha solo undici anni ed è la vicina di casa di Sonia. Sente il portone del palazzo sbatacchiare e immagina sia il padre che rientra dal lavoro. Esce sulle scale per chiamarlo, ma davanti a sé trova una sagoma inaspettata: un uomo vestito interamente di nero, incappucciato, fermo davanti alla porta dell’appartamento di Sonia.

Alla voce della bambina, l’uomo si fa di ghiaccio, guadagna l’uscita e scompare nel buio. Giorgia corre alla finestra della sua stanza e lo vede salire a bordo di un’auto bianca che si allontana. Ma non è finita qui. Poco dopo, la bambina sente di nuovo dei rumori nel pianerottolo: spinta dalla curiosità, si toglie le scarpe per non fare rumore e si avvicina alla porta di Sonia, notando che è rimasta socchiusa con la luce accesa. Avverte dei movimenti all’interno finché, improvvisamente, lo stesso uomo esce a passo svelto dall’appartamento, si incammina verso l’uscita del palazzo, riprende la macchina bianca e sparisce definitivamente nel buio.

Anni dopo, in un’aula di tribunale, la giovane testimone riconoscerà nel giubbotto e nel berretto neri sequestrati a Umberto Bindella gli abiti indossati da quella figura misteriosa.

A gettare un’ombra ulteriore sulle posizioni di Bindella interviene la testimonianza di un suo collega, Giorgio D’Ambrosio. Tra i due c’è un rapporto di confidenza: Umberto gli ha parlato della relazione intima con la ragazza leccese. Dopo la messa in onda di una puntata di Chi l’ha visto?, D’Ambrosio inizia a insospettirsi: la descrizione dell’uomo, la presenza di un’auto Saxo bianca, i dettagli forniti corrispondono al profilo del suo amico.

Nelle intercettazioni telefoniche, D’Ambrosio incalza Bindella, il quale minimizza la storia con Sonia e scherza sull’auto dicendo che gli toccherà “ritinteggiarla”. Ma il dettaglio più pesante resta il ricordo di una confidenza drammatica: Bindella gli avrebbe ammesso di aver fatto “una cosa molto brutta”, qualcosa di “più grande di me e di te messi insieme”. In sede processuale, Bindella smentirà categoricamente che tale conversazione sia mai avvenuta.

Il processo di primo grado prende il via il 7 luglio 2011 con Umberto Bindella come unico imputato per omicidio. La sua difesa ricostruisce minuziosamente gli spostamenti del 16 novembre: il pranzo con i genitori, la gestione delle chiavi di casa con l’agenzia immobiliare e infine la presenza in aula universitaria alle 19.15 per una lezione di inglese, confermata dai registri d’appello. Tali orari vengono ritenuti dai giudici del tutto incompatibili con l’esecuzione di un delitto e con il successivo occultamento di un cadavere.

Dopo tre gradi di giudizio, nel giugno 2019 e con la conferma definitiva in Cassazione nel 2021, Umberto Bindella viene assolto con formula piena. Per la giustizia italiana, il caso della scomparsa di Sonia Marra rimane privo di un colpevole.

C’è tuttavia un capitolo di questa storia che rimane impresso come una macchia scura sullo sfondo delle indagini, emerso grazie al lavoro di ricostruzione del giornalista Alvaro Fiorucci nel volume L’uomo nero, la scomparsa di Sonia Marra.

Nell’ottobre del 2011, nell’ambito di un’indagine parallela legata al traffico di stupefacenti, i microfoni degli investigatori catturano un dialogo inquietante tra un parroco e un seminarista. Parole pesanti che scorrono nell’ombra senza produrre alcuna svolta giudiziaria:

Seminarista: “A quella ragazza sai che hanno fatto? A quella l’hanno tritata… Quella non la troveranno mai”

Parroco: “Chi l’ha tritata?”

Seminarista: “L’hanno buttata nell’immondizia… era tutto un giro: droga, soldi, sesso e altre questioni… quando la cosa si è ingigantita, i più furbi… Lei era in mezzo con un altro di Marsciano che era un laico. Poi è successo che in qualche modo la cosa cominciava a scottare perché lei ha visto e ha sentito. Per questo l’hanno annientata. Perché ci sarebbero andati di mezzo i preti”.

Ascoltati dagli inquirenti, i due protagonisti ridimensionano radicalmente la portata di quelle frasi. Il sacerdote dichiara di non aver mai conosciuto Sonia e di essersi limitato a chiedere informazioni; il seminarista sostiene di essersi inventato ogni cosa per ripicca contro la Curia in seguito al suo allontanamento dal seminario.

A distanza di vent’anni da quel freddo pomeriggio di novembre, il corpo di Sonia Marra non è mai stato ritrovato. Sua sorella Anna e la sua famiglia continuano a chiedere verità con la stessa composta fermezza del primo giorno, di fronte a un mistero avvolto nell’omertà e nel silenzio.